Regista di teatro, sceneggiatore, attore di cinema e tv, Ninni Bruschetta è una delle star di Boris – la serie meta-televisiva appena diventata film – e adesso anche l’autore di un ottimo saggio, Sul mestiere dell’attore (Bompiani). Un centinaio di folgoranti pagine sulla metafisica della recitazione, scritte con bella chiarezza e di grande profondità.

Proprio dalla lettura del suo libro ha avuto origine questo incontro, all’indomani dell’uscita in sala di Boris. Naturalmente Ninni – al contrario di Duccio, il cinematographer demotivato e letargico che lo ha reso tanto popolare – in versione ‘extradiegetica’ brilla decisamente di luce propria: vitale e loquacissimo, dialoga senza smettere di scrutare e coinvolgere l’interlocutore. Così la conversazione spazia, e potrebbe non finire mai.

Mi ha un po’ sorpreso il riferimento a Boris nella quarta di copertina del tuo libro. In fondo si tratta di un saggio di filosofia…

È stata una scelta dell’editore, e io la condivido pienamente, perché credo che il libro sia talmente specifico da aver bisogno di ogni tipo di sostegno, senza snobismi. [Come dar torto all’editore se mentre parliamo un giovane albanese, evidentemente fan di Boris, si avvicina per chiedergli l’autografo? NdR].
Secondo me il pubblico bisogna anche un po’ cercarlo, metterlo in condizione di seguirti e capirti.

A cosa attribuisci il successo di Boris?

Alla sceneggiatura, prima di tutto. Boris ha avuto origine da un talento di scrittura come sono rarissimi in Italia. E poi al modo in cui è stato concepito, alla produzione, perché gli autori hanno avuto la possibilità di scegliere gli attori che volevano, e gli attori a loro volta hanno abbracciato il progetto in maniera dichiarata. All’inizio infatti – quando Boris si chiamava ancora Sampras, il titolo originale  – si trattava di un progetto a bassissimo costo, ricordo di averlo scelto rifiutando un altro film tv in cui avrei lavorato la metà dei giorni e avrei guadagnato quattro volte tanto. Ma ero sicuro, e come me era sicura la mia agente, che ne sarebbe valsa la pena.

Visto che inizialmente eri stato considerato per quella parte, rimpiangi di non aver interpretato tu Renè Ferretti, il regista?

Non l’ho mai rimpianto, a dire il vero… e poi non credo che l’avrei mai saputo interpretare come Francesco (Pannofino), che è un attore con doti fuori dal normale, fa cose incredibili, riesce a cambiare tre volte ritmo nella stessa battuta. Non dipende solo dalla sua lunga carriera di doppiatore, il suo è un talento innato. Oggi non riesco proprio a immaginarmi un Renè diverso. Certo che se l’avessi interpretato io sarebbe stato un altro personaggio, un’altra serie, un’altra vita…

Serie nella serie, e poi film nel film, i vostri personaggi avevano sempre il loro ‘doppio’ sul set. Che rapporti hai avuto con il vero direttore della fotografia?

Ottimi, sia con Daniele Poli, persona deliziosa, con cui abbiamo condiviso il periodo pioneristico di Boris, sia con il grande Mauro Marchetti, che è stato portato da Davide Marengo, il regista della terza stagione, e poi è rimasto anche per il film. Però non c’entra affatto il personaggio che interpreto: io ho sempre avuto un ottimo rapporto con i direttori della fotografia, con loro faccio le migliori chiacchierate sui set, e molti sono miei amici. Si tratta quasi sempre di persone davvero interessanti, artisti e artigiani contemporaneamente.

A scorrere il tuo curriculum si resta impressionati non solo dalla quantità, ma anche dalla varietà dei tuoi lavori. Come mai però riservi la regia solo al teatro e la recitazione solo alla macchina da presa?

Credo di essere sempre stato un regista di teatro. Nel senso che per carattere io sono sempre stato un organizzatore, e poi sono abbastanza diplomatico, mi piace appianare le controversie, mettere tutti d’accordo. È Il mio talento, se vuoi. Forse l’unico che ho. Dal cinema e dalla scrittura per il cinema sono stato attratto successivamente, per via dell’amicizia con Francesco Calogero, messinese come me. Scrivendo il primo film, La gentilezza del tocco (1987, NdR), che realizzammo interamente in Sicilia, ci è capitato di lavorare a una scena a tarda ora; siccome era ormai notte, invece di scrivere abbiamo registrato e quando abbiamo riascoltato la registrazione Francesco mi ha detto: ma questo personaggio lo devi fare tu! Così ho cominciato a fare anche l’attore.

Come vivi il passaggio dal dare indicazioni al riceverne da un altro regista?

Quando lavoro al cinema o alla tv, io mi metto completamente nelle mani del regista. E ne traggo due vantaggi: il primo è di sentirmi praticamente in vacanza perché rispetto all’impegno che ho quando dirigo in teatro, fare l’attore al cinema o in tv (essendo oltretutto pagato molto meglio…) è una vera vacanza. Il secondo vantaggio deriva dal primo, perché in questo modo si lavora sicuramente meglio. Tra l’altro, il fatto di non essere abituato a guardare attraverso la macchina da presa mi aiuta a non dare giudizi su chi mi dirige. Io mi limito a fare, a interpretare quello che dice il regista, perché il lavoro dell’attore è quello in fondo: prendere la carta da musica e interpretarla. Il mio atteggiamento quindi cambia nei due diversi ambiti, e questo mi consente di fare l’attore come gli attori con cui mi piace lavorare.

Come dirigi gli attori in teatro?

Come regista le mie indicazioni sono soltanto di carattere “intellettuale”, a meno che non ci sia un momento di gioco, quindi di recitazione (che è la stessa cosa):  in quel caso può succedere anche che io lavori sull’intonazione, sul ritmo. Ma semplicemente stando dentro al gioco anch’io, non certo dicendo all’attore “falla così”. Perché sennò l’attore, se è bravo, ti imita, e quindi non lavora bene.

Nel libro sostieni che è l’attore, e non il regista, il vero artefice della rappresentazione teatrale. Mi interessa sapere meglio quanta importanza attribuisci all’attore nel cinema.

Il teatro è dell’attore e il cinema è del regista, nel senso che il film lo fa il regista, mentre lo spettacolo teatrale lo fanno gli attori. È logico che nessun regista farà mai un grande film senza il contributo degli attori, ma la differenza è nel modo in cui il prodotto viene concepito. Il regista pensa il film, lo gira, lo monta (già mentre lo sta girando, perché deve sapere cosa succede subito dopo quello che sta vedendo in quel momento in macchina), quindi l’opera creativa è totalmente sua. L’attore si limita a essere creativo nell’interpretazione, nella costruzione del suo personaggio; ma si tratta di una creatività frammentata e circoscritta. Tanto che, a mio parere, un studio sulle caratteristiche del personaggio cinematografico che oltrepassi il set arrivando addirittura a invadere la vita personale dell’attore – come succede con certe cattive i
nterpretazioni del metodo Stanislavskij – è soltanto deleterio.

Come attore, ti si vede spesso anche nelle fiction. Di solito i tuoi colleghi si lamentano per la velocità della lavorazione televisiva, al contrario tu dici che si tratta di un ambito ideale per il lavoro dell’attore.

Sì, la televisione secondo me è una palestra straordinaria proprio perché ti mette in difficoltà facendoti lavorare a un ritmo superiore. Magari si perde qualcosa a livello di concentrazione, oppure di studio, di analisi del testo; però si guadagna in termini di azione, perché si lavora, si recita, si girano 7-8 scene in un giorno e quello è il paradiso dell’attore perché l’attore più recita e più è bravo. Chiunque di noi del resto, più si esercita, più fa quello che deve fare, e meglio lo fa.

Da spettatrice però, alla televisione soprattutto, vedo spesso attori validi affiancati ad altri che lo sono meno … : non è un po’ come giocare a tennis con uno più scarso, il gioco non ne risente?

Beh, proprio come nel tennis, soprattutto se sei più forte, devi adattarti al gioco dell’avversario. Devo dire che a me succede quasi sempre di recitare con attori bravi, anche e soprattutto più bravi di me. Quando però capita, perché capita, di recitare con qualche “cagna maledetta”, come direbbe Renè Ferretti, o con qualche ‘monolite’ inespressivo, bisogna adattarsi al suo gioco: cioè quello che si fa – senza neanche pensarci, in fondo, perché viene abbastanza naturale – è modificare il proprio ritmo in favore del suo. Questo, che ad alcuni potrebbe sembrare una diminutio, in realtà è il più grande pregio di un attore, ciò che lo rende generoso. Un attore generoso è un attore che lavora sul tuo ritmo. Francesco Pannofino è il maestro assoluto in questo senso, il miglior attore con cui ti possa capitare di lavorare.

In più punti del libro parli della critica, o almeno di parte di essa, in termini non proprio lusinghieri. Secondo te quale dovrebbe essere la funzione del critico?

Considero il critico uno spettatore qualificato, che come tale può e deve esprimere un giudizio su quello che vede, purché ovviamente usi il garbo che meritano sia i lettori che coloro che vengono giudicati. Purtroppo oggi accade una cosa molto diversa: intanto il critico non è più il riferimento dello spettatore, perché i giornali pubblicano pochissimo, i critici scrivono pochissimo, alla critica si è sostituita la cronaca, magari più utile a fini pubblicitari. La responsabilità è in parte anche della critica stessa, che negli ultimi venti anni ha pensato di poter rappresentare un potere, facendo un gravissimo errore, snaturandosi. E questo sistema ha creato – parlo soprattutto del teatro perché è l’ambiente che conosco meglio – un distacco tra la critica e il pubblico che è diventato lo stesso distacco che c’è oggi fra il pubblico e il teatro. Lo dimostra il fatto che alcuni spettacoli che vengono recensiti con cinque stellette non incassano, non hanno alcun successo, non hanno neppure riconoscibilità presso il pubblico, che anzi li giudica noiosi, onanistici, elucubrativi. Ciononostante, in Italia ci sono ancora dei critici validi e competenti, che se fossero meglio pubblicati sarebbero di grande aiuto sia al teatro che al cinema. Invece a volte ho l’impressione che si preferisca dare risalto alla stroncatura più che alla riflessione critica bella e stimolante. Fortunatamente non è stato il caso di Boris, che invece ha goduto di una critica senza pregiudizi.

Dopo aver ferocemente preso in giro l’ambiente televisivo, Boris ora parte all’attacco anche del cinema. Quale è il tuo giudizio sul cinema italiano attuale?

Come accade spesso in Italia, in tutti  i campi, anche nel cinema c’è un’eccellenza, ci sono registi giovani – Sorrentino, Lucchetti, Garrone, e altri – che stanno facendo dei grandi film. Ma non si può fare il paragone con il passato: all’inizio, quando c’erano De Sica, Rossellini, Comencini, Monicelli, Pasolini, ecc. tutto, dalle commedie ai film drammatici, era eccellente. Perché era un grande momento, probabilmente anche perché si usciva dalla guerra, c’era una vera industria. Oggi invece siamo di fronte a sporadiche eccellenze, di artisti o di opere singole, e bisognerebbe essere onesti e riconoscerlo, cercando di capire cosa funziona e cosa no. Invece c’è un’eccessiva attenzione all’incasso, per cui ora si fanno solo commedie perché rendono al botteghino. Al giovane che vuole fare un film diverso, più originale, si risponde “No, fai una commedia” e quindi lo si fa invecchiare, cioè gli si toglie la voglia di fare qualcosa di nuovo per qualcosa che si sa già che funziona. Il nostro è un paese gerontocratico, vecchio dentro: non per l’età di chi gestisce il potere o di chi amministra, ma perché è un paese molto povero di libertà intellettuale, dove si cerca di inculcare ai giovani la vecchiaia.

Sinceramente, a me comunque sembra ci siano troppi nomi e troppi film sopravvalutati.

Questo succede perché, da noi, al primo bel film che si fa, si viene subito considerati dei geni … Credo che sia una cosa che sta stretta anche a coloro a cui capita, se non sono completamente stupidi. Come non si può negare che esista, non solo per i registi ma anche per gli attori, una specie di ‘sostegno alla mancanza di qualità’: quando uno è veramente bravo sembra che tutti lo abbandonino, perché “tanto non ha bisogno”. Un po’ come succede a scuola. Invece se sei simpatico, ma un po’ scarsetto, magari ti difendono, ti aiutano. E finisce che alcuni degli scarsetti diventano pure bravi. Però dopo aver avuto tantissime occasioni perché sostenuti da un ambiente di tipo ‘feudale’. E che certo non aiuta il cinema italiano.

Tu che cinema vorresti vedere?

Io vorrei vedere il cinema di chi ha la necessità di farmi vedere quel film.

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One thought on “Ninni Bruschetta, fra meta-fiction e metafisica

  1. davvero una bella intervista, viene voglia di recuperare la visione di boris, di cui conosco solo qualche spezzone tv

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