Una qualche regia perversa, i cui disegni imperscrutabili sorvolano indifferenti il puro e semplice buon senso, deve aver stabilito quest’anno la concomitanza nello stesso fine settimana (13-16 ottobre) delle due principali manifestazioni legate al cinema e all’audiovisivo che caratterizzano da oltre un decennio la vita culturale di Napoli. Parliamo di Artecinema, la rassegna di film sull’arte giunta alla sedicesima edizione, e del Napoli Film Festival, che festeggiava quest’anno il tredicesimo compleanno. Il rumor di strada vuole che anche Nanni Moretti, in trasferta napoletana nel fatidico weekend, ed effettivamente identificato dalle telecamere Rai tra gli avventori di Artecinema, abbia con stupore chiesto conto ai suoi amici locali di tale intempestiva contemporaneità. E chissà se il regista di Bianca sapeva che, ciliegina sulla torta, per due delle serate comprese nell’intervallo fatale (il giovedì e il venerdì), ai due festival si è sovrapposto anche l’evento teatrale dell’anno, il monumentale Riccardo III interpretato da Kevin Spacey per la regia di Sam Mendes.

Decisamente troppa, concentrata grazia, per una città che durante l’anno conosce lunghi periodi caratterizzati da una vacanza di manifestazioni culturali assai profonda; ancor di più, poi, in tempi di crisi e di patrocini rigorosamente morali. Ma tant’è, la lungimiranza e il coordinamento nella programmazione non abitano a Napoli. Si potrebbe obiettare, certo, che gli eventi in questione coprivano tipologie di spettacolo differenti, e che l’ampiezza e la varietà dell’offerta culturale sono segnali positivi sulla via della modernità e dell’apertura di una città che vuole guardare all’Europa. Rimane però indubbio che il “pubblico potenziale” dei tre eventi era fondamentalmente lo stesso, e che nelle rimanenti cinquantuno settimane dell’anno quel pubblico vaga spesso immalinconito tra cinema e teatri occupati da una programmazione brutalmente commerciale.

In tale contesto inopinatamente competitivo, il Napoli Film Festival si è dimostrato, rispettando le aspettative, l’agonista più in affanno. La formula era pressoché invariata rispetto agli anni scorsi, fatta salva appunto la collocazione nel calendario (le precedenti edizioni si erano tenute tutte in estate o in primavera inoltrata). Confermata la sede di Castel Sant’Elmo e la strutturazione delle sezioni: un concorso internazionale per lungometraggi, denominato “Europa Mediterraneo”, con sette film inediti in Italia; una sezione di documentari di autori napoletani, “Schermo Napoli Doc”, forte di venti opere; una sezione di cortometraggi, “Schermo Napoli Corti”, con quarantadue lavori in gara; e infine la retrospettiva completa dell’opera di Andrej Tarkovskij.

Un centinaio in totale i titoli in programma, ma il pubblico si è radunato davvero soltanto nelle serate di maggior richiamo (su tutte l’incontro con Paolo Sorrentino), lasciando spesso sguarniti, sia durante le proiezioni dei film in concorso, sia durante la retrospettiva su Tarkovskij, gli spazi di Castel Sant’Elmo. Quel castello che è forse il simbolo più efficace dell’intera manifestazione: location magnifica oltre ogni dubbio, gonfia d’orgoglio il petto degli organizzatori ma si conferma ogni anno obiettivamente inadeguata a ospitare un festival cinematografico: l’auditorium soffre di un’acustica assai scadente (se ne è lamentato pubblicamente anche Gipi, venuto a presentare il suo L’ultimo terrestre) e le due salette secondarie hanno davvero poco a che spartire con delle sale cinematografiche.

A tre fermate di funicolare, Artecinema, dal canto suo, non è sembrata risentire più di tanto della sovrapposizione, riempiendo il cinema-teatro Augusteo quasi a ogni proiezione. Come già è stato scritto su queste pagine, giova certamente alla rassegna ideata e diretta da Laura Trisorio l’aver conquistato negli anni una identità precisa e riconoscibile, che va nella direzione di una forte caratterizzazione della propria proposta programmatica.

Il NFF pare invece faticare a trovarla, un’identità. Schiacciato tra le ragioni della cinefilia pura, forse persino troppo “alte” per la sua effettiva dimensione (l’omaggio a Tarkovskij rischia di tramutarsi in oltraggio se Solaris si proietta in dvd…), e le logiche d’interesse, più che altro locale, che hanno suggerito, ad esempio, le ospitate del comico Alessandro Siani e del cinepattiere Aurelio De Laurentiis, il festival ha finito per adagiarsi dentro un solco di vago e blando generalismo, incapace di mordere sia in un senso che nell’altro. Un vorrei ma non posso. Con la vicinanza incombente del Festival del Film di Roma (dal 27 ottobre), macchina organizzativa che per potenza economica e politica e per tradizione culturale respinge a priori le altrui velleità di concorrenza, il destino di un NFF così concepito e collocato, privo in sostanza di una vera ragion d’essere, rischia seriamente di essere la fagocitazione.

E allora, in tale atmosfera di retroguardia, se non di dismissione, non ha purtroppo meravigliato che la serata conclusiva della manifestazione, che prevedeva, come da protocollo festivaliero, la riproposizione del film vincitore del concorso principale, sia improvvisamente saltata, senza preavviso alcuno: è che in quel momento si stava giocando un’importante partita di Champions League del Napoli, la concorrenza più spietata in città. Per la cronaca, il film vincitore era Hamesh Shaot me’ Pariz (A cinque ore da Parigi) di Leon Prudovsky.

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One thought on “Napoli Film Festival 2011, alla ricerca di un’identità

  1. Ke boiata di festival! I film in DVD e si paga pure! Gli organizzatori sono degli incapaci, ma, poiché portano cognomi importanti hanno addirittura il castello!

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