Chi come me è nato nella seconda metà degli anni ’70, nella periferia di Napoli, ha un rapporto con la sceneggiata napoletana ereditato: non le ha viste, pur andando queste in onda sulle reti private campane, ma qualche parente gliene ha propinato di sicuro qualche strofa o qualche parola è rientrata nel lessico familiare. Mi riferisco ai film quando parlo di sceneggiata, ma questa ha origini lontane – e coerenti con i contenuti di alcune trame –  e una valenza culturale diversa di quella di un semplice lungometraggio.

La sceneggiata napoletana nacque nel primo dopoguerra come escamotage per non pagare la tassa imposta dallo Stato sugli spettacoli musicali, ritenuti “poco culturali”, inserendo scene sulle canzoni, ma avendo di scritto soltanto il testo teatrale: una frode.

I personaggi, come le maschere greche, sono ricorrenti: isso (lui, l’eroe, il “guappo”), essa (lei, l’amata, a volte malafemmina, infida e traditrice), e o’malamente (l’antagonista); poi il personaggio buffo, che alleggerisce le tematiche. Peculiare è ovviamente il personaggio del guappo (dallo spagnolo guapo, coraggioso), che è un ribelle, una sorta di Masaniello, che si oppone a qualsiasi regola imposta anche con la violenza, ma in cui convivono anche sentimenti di generosità e altruismo, che difende i deboli (anche dalla Camorra, perché il guappo non è un camorrista per forza, per quanto possa farne parte o usare gli stessi mezzi). E’ un personaggio popolano, sociale, storico, criminale, giustiziere, malavitoso.

Le storie sono ambientate o in America o a Napoli (i posti di maggiore diffusione), e hanno tematiche di emigrazione, riscossa (o’zappator), di sentimenti quali la gelosia (tradimento), l’amore paterno o filiale (mamma), come possono essere vissuti da un guappo che ha un suo “codice d’ onore” che conosce il pentimento ma in una sfera di valori che continuano a comprendere la violenza (in una sceneggiata viene cantato mamma prduon’m s’t’aggia dato lacrimee dolore… song’ cchiu’ ‘nfam e tutt’’: mamma perdonami se t’ho dato lacrime di dolore … sono il più infame di tutti).

La sceneggiata napoletana passa dal teatro al cinema, con periodi di quasi oblio durante gli anni ’60, e una ripresa negli anni ’70 con Mario Merola, anche se la produzione non si interrompe mai. Il successo della sceneggiata coincidente con la comparsa di Merola come protagonista non credo sia casuale: Merola è il guappo, impersona la guapperia, per la sua storia personale di figlio di ciabattino che arriva alla fama negli Steiz, di uomo “dei quartieri” che non si dimentica della sua gente, che continua a giocare l’ambo al lotto per trovare la ciorta, per avere fortuna.
Cosa è la sceneggiata per un napoletano da sempre?

È la sua storia, una giustificazione, una consolazione, la rivendicazione di un’identità che non si può condannare o a cui si può rinunciare. La sceneggiata nasce in un periodo, l’inizio del novecento, in cui la terra partenopea è terra di nessuno, in cui nemmeno la Borsa merci agisce per stabilire i prezzi dei prodotti ortofrutticoli – unica risorsa o quasi -, in cui la guerra ha acuito la povertà ma nessuna istituzione interviene se non la camorra, in cui lo stato c’ è per legiferare ma non assicurare diritti, dove la famiglia è patriarcale con modalità “guappe” (nell’ o’zappatore si canta “addnocchiete e vasame ‘sti mman”, il padre al figlio, e cioè “inginocchiati e baciami queste mani”). La sceneggiata la  ritrae e ne nasce poi un “circolo vizioso”, se è vero che lo stato di cose è cambiato. Da specchio della realtà, la sceneggiata diventa lo specchio in cui i napoletani si guardano: ne usano il linguaggio, ne imitano gli atteggiamenti dei personaggi, strutturano i loro rapporti con quelle modalità piramidali e sessiste (un’altra sceneggiata canta “essa s’mette scuorn annanz a te, e essa è data a croce ro peccat…” che tradotto è: lei si vergogna dinanzi a te, e a lei è data la condanna di essere peccatrice), ne emulano i sentimenti espressi in modo enfatico.

La sceneggiata si nutre di quella realtà e la realtà di lei, a tratti la finzione sembra contestare lo status quo camorristico, ma esiste proprio grazie a quello. Per capire questa dinamica basta scorrere alcuni titoli delle sceneggiate di Merola: da  e “Napoli.. serenata calibro 9”(1978) e “I contrabbandieri di Santa Lucia” (1979), a “Napoli: la camorra sfida, la città risponde” (1979) e “sgarro alla camorra” (1973). Lo stesso Merola è una figura emblematica: non si è mai capito se fosse un mammasantissima (sinonimo di guappo) e basta, o un camorrista in tutto e per tutto. Lui in America c’è stato e la famiglia Gambino a Nuova York la conosceva bene, ma ha recitato in “Napoli, Palermo, New York il triangolo della camorra” (1981) che non è proprio un’ apologia della criminalità.

Probabilmente, in una terra in cui i Domenico Rea, i Marotta, e oggi le Valeria Parrella e i Saviano hanno usato e usano uno strumento che non arriva a chi deve, ai lazzari felici – “gente ca nun trova cchiù pace […]c'o volto santo 'mpietto e 'a guerra dint'e mmane” (Pino Daniele, stavolta; i “lazzari felici” sono i napoletani: gente che non trova più pace […] con un volto santo nel petto e la guerra fra le mani) ; e in cui nessuno insegna che la vita non è soltanto una contraddizione di cui vantarsi, che una città può essere anche soltanto bella e non per questo meno speciale; in cui nessuno ha ancora capito che non bisogna difendersi da nessuno e soprattutto aspettarsi che qualcuno lo faccia per noi; che il padre è padre anche se non ha il volto di Merola e ci dà la summana, la paghetta, per farci apparire per qualcuno che non siamo; che l’inventiva, la fantasia sì, ma se non si inizia ad essere sinceri con se stessi e la propria città non basteranno fuochi d’artificio a un funerale per far sparire gli spari che infatti non si sono fatti attendere; allora la sceneggiata continuerà ad esistere e non come un “film in costume” quale dovrebbe essere, un ritratto del primo novecento, un miseria e nobiltà senza Totò, ma ancora come lo specchio nitido che riflette una tragedia.

Io, nata nella seconda metà degli anni ’70, nella periferia di Napoli, non ho mai visto una sceneggiata, ma forse la vivo ogni giorno, al lavoro dove non è l’uomo di partito a condizionarmi, andando in luoghi in cui “abbasso la testa” perché non devo vedere, dove l’america è lo zio d’america. Io, che sono certa che mangerò sempre perché nella mia terra “si sta con le porte aperte” e qualcuno mi darà sempre una mano, ma non la voglio se è soltanto per legarmi a questa realtà che si vive addosso.
Merola è morto, la sceneggiata no. Se fossi stata emigrante forse avrei pianto.
Non lo sono.


 

 

 

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2 commenti su “Merola: una realtà sceneggiata

  1. Cara Isabella trovo bellissimo il fatto che sia una donna a parlare della sceneggiata ma essendo nata come hai scritto nel periodo dove la vera sceneggiata era gia’scomparsa chi legge incorre nell’errore che questa sia solo uno spettacolo di degrado sociale e malavitoso.Purtroppo sono in molti a definirla cosi,ma ti faccio presente che le prime sceneggiate parlavano di amore,contrastato per una donna ,per la madre ,per la patria,per i figli.I titoli ti confermeranno tutto cio’:Mamma Perdonami-E figlie-Prigiuniero e guerra-Te Lasso-etc etc.C’erano le sceneggiate di pistola e di coltello ma sempre con la vittoria del bene o dell’onesta’ che trionfava sul male o sulla disonesta’.Ho sposato una persona che ha fatto e fa’ le sceneggiate figlio di un grande attore teatrale che porto’ negli anni 30 sino al 60 questo genere in Sicilia e nei manifesti c’era scritto SPETTACOLO PER FAMIGLIE.Solo nel periodo dal 70 in poi attori che rispetto ai precedenti li sopravvalutiamo chiamandoli cosi portarono nei teatri e nel cinema i peggiori esempi di sceneggiate.Ti informo inoltre che facciamo ancora degli spettacoli dove riscattiamo e facciamo conoscere la vera sceneggiata napoletana.Chi dice che la musica e’ fatta solo di canzonette non sa che esiste anche la musica sinfonica,da camera ,da operetta e da opera lirica.Resto in attesa di tue notizie disposta a dettagliarti in materia CIAO MARIA ANTONIETTA MAIURI:

  2. Io sono veneto ,ieri giocando a carte con degli amici napoletani, che conosco peraltro da tempo , mi hanno dato del “ o malamente “.Io gioco in coppia con una bella signora: nn ho capito esattamente il significato di questo epiteto anche se mi hanno accennato alle sceneggiate napoletane e me l hanno detto in modo amichevole sicuramente.Dove sta l aspetto ilare della battuta. grazieeee.

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