Personaggi a tutti gli effetti, entità impalpabili perché percepite dai propri abitatori senza vera cognizione – come tutti gli ambienti “familiari” – eppure inquietantemente vivi, gli interni nel cinema di Marco Bellocchio determinano nei protagonisti pensieri e comportamenti; in sostanza, la loro natura profonda. Della sua produzione più recente la mente corre subito al covo brigatista di Buongiorno, notte, ma andando indietro con la memoria un esempio di particolare interesse, e forse un luogo decisivo dell’intera sua filmografia, è la casa che in Salto nel vuoto, giusto trent’anni fa (1980), ospitava le vite dei fratelli Ponticelli, segnando per l’autore il ritorno allo spazio domestico degli esordi (I pugni in tasca, La Cina è vicina) dopo lo studio dei luoghi concentrazionari del potere intrapreso lungo tutti gli anni ’70 – dal collegio di Nel nome del padre alla caserma di Marcia trionfale, passando per il manicomio di Matti da slegare. Da spazi pubblici-istituzionali ideologizzati fino al parossismo, sedi di un politico pervasivo e opprimente, con Salto nel vuoto veniamo improvvisamente catapultati in un privatissimo luogo della mente.

L’elegante appartamento anni ’30 concepito per il film ha una peculiare struttura geometrica, disegnata come un tracciato circolare: partendo dall’ampio vestibolo a pianta ottagonale, qualsiasi percorso riporta sempre, necessariamente, al punto di partenza, impegnando i personaggi e l’occhio dello spettatore in un continuo ritorno su se stessi. Il grande specchio collocato nell’atrio deforma la percezione dello spazio, moltiplicandolo o rimpicciolendolo a seconda dei casi, e accresce il disagio rendendo impossibile cogliere l’effettiva ampiezza dell’ambiente. La porta d’ingresso, mai inquadrata dall’esterno e sempre chiusa a chiave a tripla-quadrupla mandata come fosse una cassaforte, e il telefono accuratamente lucchettato negano qualsiasi via di fuga, esaltando il senso di angoscia e oppressione. L’esistenza stessa di un fuori è da qui strategicamente preclusa.

Questo luogo è la mente condivisa, simbiotica, dei fratelli Marta e Mauro Ponticelli (gli eccellenti Anouk Aimée e Michel Piccoli), persa da un tempo in(de)finito in un ossessivo loop, inchiodata da un misterioso blocco simbolico a un’eterna immobilità, alienata e alienante. Qui l’oblio è legge. Di notte e di giorno, è la penombra la dimensione ambientale dominante, pressoché esclusiva, in cui la fotografia di Giuseppe Lanci sprofonda questa casa, cioè quella condizione di percezione incerta che, sola, può sostenere il ménage dei due fratelli e nutrirlo con nuova lifelessness, nuovo senso di morte. Nella semioscurità, appena infranta dai rari squarci di luce provenienti dalle finestre (o da un frigorifero subito richiuso o da una lampadina nascosta sotto le coperte), i loro gesti quotidiani si sono cristallizzati facendosi sistema, piccolo campionario di insignificanti riti, maniacali per via dell’assoluta perentorietà della loro osservanza: la biancheria può essere lavata e stirata solo da Marta, Mauro mangia esclusivamente ciò che le mani della sorella hanno toccato, rifiutando il cibo preparato dalla domestica, la pillola di tranquillanti va spartita metà per uno. L’ordine è infallibile. Un singolo movimento estraneo allo schema sembra dover causare il crollo dell’intera impalcatura, perciò i comportamenti inconsulti, o anche solo inconsueti, vanno censurati con la massima prontezza o celati allo sguardo dell’altro.

Si tratta di un gioco inconsapevole quanto perverso, che si svolge nel chiaro segno della regressione: questa casa è un “utero materno”, come ha scritto Antonella Bartolone, che protegge dalla vita e all’interno del quale – e solo al suo interno – si realizzano le condizioni per perpetuare il peculiare patto sadomasochistico che vincola i due contraenti.

In questo luogo asfissiante e angoscioso la memoria dei due fratelli si è ammassata nel corso dei decenni (questa casa è la stessa della loro infanzia, è la prima e l’unica della loro esistenza) sino a farsi vita presente essa stessa e interagire con i suoi abitatori attraverso delle produzioni onirico-spettrali ai loro (e ai nostri) occhi indistinguibili dalla realtà. Non semplici flashback, ma un passato coesistente con il presente, col favore dell’oscurità. Un nugolo di bambini festanti fuoriesce di notte dagli armadi e da sotto i letti e invade lo spazio della casa, frantumandone la lugubre quiete e sovvertendone l’ordine. Si manifesta, in queste visioni, anche una figura maschile più grande d’età; il quale, proprio al cospetto dei fanciulli, mostra i segni di un’alterazione psichica, inveendo e bestemmiando violentemente nei confronti di una donna (che rimane fuoricampo) che invano lo invita alla ragione, e incutendo spavento e fascinazione nei bambini. Per tutto il tempo delle apparizioni Marta e Mauro restano paralizzati nei rispettivi letti, ai capi opposti della casa, atterriti dalla rivelazione: stanno guardando se stessi, al tempo in cui i giochi spensierati dell’infanzia scoprirono sui lineamenti familiari di un fratello più grande il volto della follia, per non separarsene mai più. Passato e presente si ritrovano qui nel segno della malattia e dischiudono le porte al futuro: il pazzo bestemmiatore tornerà circa vent’anni dopo nel cinema di Bellocchio come l’Egidio matricida de L’ora di religione.

Nello sviluppo del racconto le visioni (quattro, in tutto) si fanno mano a mano più presenti e, soprattutto, più “reali”, sino a compiere una completa confusione percettiva in cui i confini tra veglia e sonno, tra realtà e immaginazione, si perdono definitivamente. Al culmine di questa evoluzione, la bellissima sequenza finale – un unico, lungo pianosequenza all’interno dell’appartamento – fornisce la migliore prova del potere di possessione di cui questo luogo è capace. Nel suo vagare per la casa vuota, alla ricerca forse – anche lui – di una impossibile incorporeità, Mauro Ponticelli è letteralmente pedinato da una presenza fantasmatica, che viene ora presentata in soggettiva e non più incarnata nei bambini. Ectoplasma della sua coscienza, la m.d.p. non gli lascia tregua, lo bracca lungo il corridoio, lo insegue dentro ogni stanza, gli preclude qualsiasi via di fuga. Si ferma infine sulla porta della camera di Marta, a indicargli senza scampo il destino obbligato: lo spinge, lo butta fuori, oltre il balcone, nel vuoto.

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3 commenti su “[IN]ATTUALI/Italian haunted houses. Salto nel vuoto

  1. “L’ordine è infallibile. Un singolo movimento estraneo allo schema sembra dover causare il crollo dell’intera impalcatura, perciò i comportamenti inconsulti, o anche solo inconsueti, vanno censurati con la massima prontezza o celati allo sguardo dell’altro.”

    Il sistema dei comportamenti continuamente inconsulti, inconsueti, non lascia entrare il gesto normale, il sentimento logico, l’umanità dentro l’automatismo inconsulto e inconsueto della pazzia.

    L’ ho guardato ieri sera per la prima volta.

  2. Sì.
    E infatti l’elemento di contraddizione del sistema non può che venire dall’esterno: la domestica e il bambino. Dentro un ambiente silenziato e buio, essi portano il rumore (il pallone) e la luce (nel finale, quando insieme a Marta stanno per partire per il mare, per la prima volta la casa viene inondata ed espugnata dalla luce del sole). Incarnano la materialità di un’affettività spontanea e diretta, contrapposta al limbo di parvenze instaurato nella casa. La vita invece che la morte.

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