Perchè sì

Perchè no

di Armando Andria

Dietro la coltre spessa di anarchismo fuorilegge, di spregiudicata rappresentazione della corruzione, il noir cinematografico ha storicamente sempre celato una visione morale dell’esistente, basti pensare agli Usa, dove è nato, immortalati tra la Grande depressione e la Seconda guerra mondiale attraverso autori come Wilder, Lang, Siodmak. In Italia, dagli anni Sessanta in poi, un ruolo simile è stato sostenuto dalla commedia, dalla sua parte più intelligente e acida, quella che castigavat ridendo mores, additando con ironia le ipocrisie di un paese mammone, provinciale e vorace. Se allora Paolo Virzì, fin qui fiero continuatore della tradizione italica della commedia, dopo vent’anni di carriera valica i confini del genere prediletto per dedicarsi proprio a un noir, con tanto di misterioso morto ammazzato nella sequenza d’apertura, e se nel farlo si porta dietro intatta non dunque l’attitudine al riso ma l’indole di acuto osservatore delle umane meschinità, si può ben dire che si tratta di un piccolo evento storico: l’evidenza di una contaminazione avvenuta, o piuttosto l’agnizione di due fratelli finalmente riuniti.

Il tramite è un romanzo, americano ovviamente, Human Capital, scritto da Stephen Amidon, che Virzì e i fidati cosceneggiatori Bruni e Piccolo traspongono dal Connecticut alla Brianza. Qui, nel comune fittizio di Ornate, si intrecciano le vicende di due famiglie, i Bernaschi e gli Ossola. I primi appartengono all’élite locale: il capofamiglia Giovanni (Gifuni) è uno squalo dell’alta finanza che con le sue ardite speculazioni garantisce alla moglie Carla (Bruni Tedeschi) e al figlio Massimiliano (Guglielmo Pinelli) un tenore di vita altissimo, tra piscine coperte, partite a tennis e feste nei villoni su in collina. Dino Ossola (Bentivoglio) è invece un modesto immobiliarista, deciso però a tutti i costi a compiere il salto di qualità, per condurre sé, la compagna Roberta (Golino) e la figlia Serena (Matilde Gioli) nel mondo di quelli che contano. La via più breve che egli identifica è entrare in affari col Bernaschi, facendo leva sul legame sentimentale che unisce Massimiliano e Matilde. Ma cosa c’entra con tutto ciò il povero cameriere investito in bicicletta mentre ancora scorrevano i titoli di testa?

Film di scrittura e d’attori (tutti ottimi e ancor meglio diretti), regia di pura funzionalità, Il capitale umano vanta un’architettura narrativa ben congegnata, che si muove avanti e indietro nel tempo, concentrando però l’azione in pochissimi giorni durante i quali si svolgono gli eventi decisivi per la vicenda. La storia è scandita in capitoli: tre, che raccontano gli stessi fatti ma da tre punti di vista diversi, più un quarto a mo’ di epilogo che svela il mistero e spiega il senso del titolo. Ma ovviamente il focus qui non è il whodunit, quanto la lucida determinazione, crescente col dipanarsi della trama, dei moventi che stanno dietro a queste vite. «Avete scommesso sulla rovina di questo paese, e avete vinto», la battuta resa passaparola già dal trailer del film, detta al marito da Carla/Bruni Tedeschi mentre, seduta allo specchio, si prepara all’ennesima recita in società, rende assai bene il senso della devastazione in cui certo cinismo italiano, tutto profitto e status symbol, ha portato con sé nel baratro il paese tutto. Un baratro che è sì la drammatica recessione economica in cui siamo immersi (il film è ambientato tra l’estate e l’inverno del 2008, raccontando proprio lo snodo critico di quei mesi), ma è anche la rovina morale e culturale di un popolo senza comunità, privo di collanti e simboli sociali che non siano il denaro e le maschere di una finzione che ci vuole perfetti e felici.

Per la prima volta lontano sia dalla Toscana natia che dalla Roma adottiva, l’occhio di Virzì si muove nella Padania delle scuole private d’eccellenza e delle piccole aziende – ma soprattutto delle colline innevate sulle cui stradine si arrampicano aggressivi i Suv e delle periferie grigie dagli edifici a scatoletta – come in una terra straniera, con aria più contemplativa che nelle sue commedie svelte e iperattive, e allora davvero questa Brianza potrebbe essere il Connecticut, o qualsiasi altro luogo in cui l’infelicità confina troppo dappresso con la rapacità e l’arrivismo per non immischiarvisi. Allo stesso tempo il quadro sociologico e antropologico è puntuale, delegando a ogni personaggio di incarnare un carattere umano assai pregnante e verosimile di quella Italia. Su tutti il personaggio di Carla Bernaschi, una donna che ha sacrificato le giovanili velleità d’attrice per un buon matrimonio, anzi ottimo, rinchiudendosi in una gabbia dorata di ricevimenti, shopping e manicure, spicca per tridimensionalità, grazie anche alla straordinaria prova di Valeria Bruni Tedeschi, che conferisce al personaggio una vena malinconica di dolorosa umanità forse non priva di un’ispirazione autobiografica.

Fin troppo calzante dunque questo paesaggio con figure, il rischio poteva essere quello – peraltro non sconosciuto a Virzì: si veda il caso di un Caterina va in città – di un film tutto determinato dall’esterno, cioè da una visione che ne predetermina estetica e sviluppo narrativo. Ed è qui che Il capitale umano produce uno scatto notevole, lasciando che da questo contesto adulto un po’ bloccato nei ruoli dati emerga progressivamente l’universo dei ragazzi, inizialmente relegati al ruolo di semplici recipienti delle ambizioni, delle ansie e dei difetti genitoriali. Da loro viene l’imprevedibilità di gesti istintivi che rompono la perfezione del mondo acconciato per loro dagli adulti, forti di un’innocenza che li pone al di là del bene e del male. È a loro che spetta il ruolo decisivo nello svelamento del fattaccio, ed è a loro che è affidata la storia a venire del paese, se continuare o meno la mortifera recita imbastita dai loro padri.

di Abramo Teodoro Balsamo

Virzì prende un argomento ben preciso, la cinica operazione che si effettua in una compagnia assicurativa quando si liquida un danno alla persona, danno calcolato in controvalore secondo un certo algoritmo, e poi… non lo sviluppa! Spiega infatti la sua idea alla fine del film, con una didascalia che illustra quell’algoritmo e che ne fornisce la definizione, il capitale umano, appunto, tuttavia la storia, e cioè tutta la storia che ha preceduto l’epilogo, è tutt’altra cosa. Il danno alla persona coinvolta inizialmente è solo il pretesto per parlarci di altro.

Questo altro, ok, è interessante, è un ritratto feroce dell’Italia e di alcuni tipi umani che offre ricca materia di riflessioni. Però non è il film che dovrebbe svilupparsi a partire dal titolo, ovvero dal significato che l’autore stesso ha dato a quel titolo. E questo è irritante, una mancanza di coerenza irritante. Forse questo concetto di coerenza è troppo rigido? Se fosse così, allora la stragrande maggioranza delle opere cinematografiche o letterarie o figurative sarebbe vittima di un miope conformismo.

Veniamo dunque alla storia, alla recitazione e alla sceneggiatura.

Agli attori va riconosciuta tutta la loro bravura: Fabrizio Gifuni e Valeria Bruni Tedeschi meritano una citazione in particolare. Meno convincente Guglielmo Pinelli, nel ruolo di Massimiliano Bernaschi. Alcuni personaggi sono forse troppo caricaturali, come quello di Dino, interpretato da Fabrizio Bentivoglio, ma può anche essere che simili buffoni siano davvero in circolazione e che non sia difficile incontrarne uno. Va comunque riconosciuto, alla ridondanza parodistica del personaggio Dino, il merito di restituirci i tratti di un tipo umano alle prese con il desiderio infantilmente mitizzato della ricchezza, desiderio che in simili casi viene soddisfatto, per evidente carenza di qualità umane, dal vanto di relazioni di un certo prestigio e dal cedere alla tentazione di una vita al di sopra delle proprie possibilità. Fintanto che dura.

Tuttavia qui si apre una crepa nel tessuto narrativo perché Dino Ossola, titolare di una affermata agenzia immobiliare, uomo dai modi ridanciani e pacchiani, a tratti volgari, è sposato con una psicologa – Roberta, Valeria Golino – di tutt’altra pasta fatta, potremmo dire di opposta natura. Laddove Dino è sciatto e opportunista nella relazione, non solo intima ma in generale col prossimo, Roberta è attenta e prodiga, sensibile, altruista. Eppure, proprio lei che dovrebbe essere dotata di raffinati strumenti cognitivi, sembra non soffrire menomazione alcuna dalla relazione con l’uomo così radicalmente diverso che, nel film, le vive accanto. È plausibile che una coppia del genere stia in piedi? È plausibile che la raffinata e introspettiva psicologa abbia qualcosa da spartire con il volgarotto e persino viscido agente immobiliare? Non è per la qualifica, per la targa sociale che pure viene affibbiata a questi due personaggi, forse con intenzionale sottolineatura. Ci vengono presentati due individui, piuttosto maturi ormai, che formalmente “stanno insieme” ma poi agiscono seguendo logiche o istanze profondamente differenti, addirittura in opposizione, ma senza conflitto. Cosa di per sé strabiliante. Ma a tale proposito si noti che la sceneggiatura risolve il problema potenziale isolando i due elementi della coppia ciascuno entro una delle sequenze finali che danno lo sbocco all’intera storia. Assistiamo dunque alla messa in scena del motto evangelico “non sappia la mano destra cosa fa la sinistra”. Un simile artificio non può non destare sospetti su una certa disonestà della sceneggiatura, a quanto sembra piuttosto carente. Analogo discorso per la figlia di prime nozze di Dino, Serena, interpretata da una brava Matilde Gioli. Questa ragazza sembra quasi un innesto artificiale nell’esistenza del padre, e viceversa. Insomma, ci viene rappresentata una realtà umana di cui non vengono descritti i meccanismi psicologici che governano le relazioni al suo interno. Questo lascia insoddisfatti oltre che perplessi. Resta da chiedersi se questa insoddisfazione è da attribuirsi all’incapacità di lettura dello spettatore o al lavoro degli sceneggiatori. Una seconda coppia di personaggi – Giovanni e Carla Bernaschi, rispettivamente Fabrizio Gifuni e Valeria Bruni Tedeschi – al contrario si fa apprezzare per una maggiore coerenza nella loro rappresentazione, la loro diade sembra funzionare abbastanza bene, più felice incontro tra sceneggiatore, regista e attori. Tuttavia anche in questo caso qualcosa non torna, nel finale. In uno dei due – Carla – avviene una trasformazione sì plausibile, ma resa forse con una forzatura dei tempi di reazione. La perplessità questa volta cade sulla rapidità con cui la donna, abituata a ricevere dalla ricchezza e dal potere del facoltoso marito l’elargizione di una identità riflessa, prende coscienza della sua condizione, si solleva dallo stato di subalternità psicologica e conquista infine una propria posizione e una sua statura. È vero che in lei osserviamo da subito alcuni sommovimenti interni – il suo stato confusionale vuole essere la spia del processo di trasformazione – e questo farebbe supporre l’incombenza di un pregresso di cui non abbiamo contezza ma solo indizi. Tuttavia il dubbio della ingiustificata rapidità di maturazione rimane. In ogni caso, Carla è il personaggio più interessante di tutto il film, in quanto è l’unico a possedere una problematicità, una fragilità e una contraddittorietà che lo rendono autenticamente vitale.

Nota a margine: copiando anche in questo caso dalla realtà, la coppia Carla-Giovanni raccoglie l’eco di una coppia ben più nota alle cronache di questi ultimi decenni italiani, vuoi per il riferimento al passato di attrice di lei, vuoi alla spregiudicatezza finanziaria di lui che, per bocca della moglie, ha lucrato sulla distruzione del Paese. Un pregio del film è la scansione a pannelli. Vediamo la stessa vicenda da tre punti di vista differenti che ce ne restituiscono tutta la complessità. È come assistere alla dissezione di un oggetto in apparenza bidimensionale che, una volta aperto, allargandosi in una prospettiva rivela la profondità di un paesaggio in più dimensioni di cui cogliamo strutture, superfici, asperità. Decisamente scontata la meccanica del finale. Ralenti per sottolineare il dramma conclusivo; depistaggio dello spettatore mediante inquadrature di significato ambiguo viste e riviste; un nuovo incontro entro un contesto di grave difficoltà che però, sembra voler dire il regista, è la prova che rinsalderà l’amore e aprirà a una nuova possibilità.

L’opera nel complesso sembra riuscita a metà: interessante la storia, incoerente la premessa contenuta nel titolo, efficace la struttura narrativa a pannelli, di dubbia qualità la sceneggiatura. A dispetto di tutte le critiche positive raccolte finora, Il Capitale Umano soffre dello stesso male da cui sono afflitte altre opere italiane che molti consensi hanno raccolto nel frattempo: la mancanza di un rigore formale che rende grandi i prodotti realizzati in Paesi dove la cinematografia è sì un’arte ma anche e soprattutto un’industria e per questo non lascia nulla al caso, pretende la perfezione affinché al botteghino non ci siano brutte sorprese.

Ma forse qui da noi il palato si è fatto assai meno esigente.

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3 commenti su “Il capitale umano di Paolo Virzì

  1. anche per me la psicologia delle coppie in ballo, e più in generale la psicologia dei personaggi, non sembra costruita bene. I personaggi non divengono mai persone, né tantomeno essere umani, rimangono burattini stereotipati e mancano di credibilità. In questa prospettiva anche la struttura a incastro che vorrebbe rendere la pluralità dei punti di vista e la complessità mi sembra poco necessaria se non gratuita. La mancanza di spessore dei protagonisti stride con l’ambiziosa architettura del meccanismo, alla fine più complicato che complesso. E i giovani, be’, sono orribili anche loro: mai un accenno, mai, all’ingiusto destino dell’ucciso, mai che affiori un barlume di sentimento verso il morto, l’altro, con cui bucare la coltre narcisistica (che sia del ragazzo autodistruttivo, il debole, o della ragazza onnipotente che lo vuole proteggere, la forte, poco importa, entrambi sono solo figure di un cinico gioco del potere -formato gioco da tavolo)

  2. Volevo fare una considerazione riguardo la questione sulla diseallinazione titolo/film. E’ vero che il titolo viene spiegato solo alla fine e pure frettolosamente ma è vero anche che il termine “capitale umano” in un senso più ampio è riflesso in tutto il film ( Capitale e Umano sono due parole che prese singolarmente o rapportate tra di loro con diverse sfumature , appaiono in tutto il film).
    Lina Wertmuller questi problemi non se li è mai fatti.

  3. Ma alla fine qunando massimo si rivolge alla moglie dicendo di andare a intrattene gli ospiti i genitori e i 2 DEFICENTI, parlando dei 2 DEFICENTI vuole indicare il fratello e la sorella o gli altri 2 protagonisti.?

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