Cerchiamo di toglierci subito qualche sassolino dalla scarpa, altrimenti si rischia di essere fraintesi, anche se devo ammettere che non sarà facile, perché inesorabilmente questo film finisce per condurti lì dove non vorresti, senza tuttavia lasciarti scoprire qualcosa d’inatteso. Ovunque ti volti, a riguardare Gravity, potresti trovare limiti e pregi, lì dove ti sembra esser preso da qualcosa di unico, ne scopri pochi secondi dopo l’insufficienza, sempre considerando il gran desiderio che molti, alcuni o pochi di noi hanno di poter vedere un film di fantascienza.

Ma è un genere che piace più ai maschietti o più alle femminucce? Astronavi, tute e il resto dell’armamentario, secondo un diffuso pregiudizio culturale spingerebbero più vero l’uomo alfa, al massimo una donna alfa. L’altra domanda – che in fondo non c’entra niente, come la precedente – è: Leopardi – lui che piangeva alla luna – si sarebbe meravigliato e consolato andando al cinema a vedere un film di fantascienza? Al secondo quesito risponderei brevemente con un sì, un discorso più articolato – che ora non posso fare – meriterebbe il rapporto tra il poeta de L’infinito e il cinema che non c’era. Al primo invece ribatterei che donne e uomini pari sono, almeno finché pagano il biglietto, intendo dire per quelli che fanno i film insieme all’ufficio marketing, non è che vadano tanto per il sottile. Donne il cui protagonismo femminile è inclinato verso il tema della maternità difficile, da un punto di vista simbolico, quello che è il vissuto inconscio. Un esempio è la Sigourney Weaver di Alien o in questo caso Sandra Bullock, su cui pesa la morte di una figlia.

Probabilmente sono un masochista, perché i sassolini non me li sono ancora tolti. Dunque procediamo. Alfonso Cuaron, regista nato in Messico, oramai vive negli Stati Uniti dove lavora. Pare che da bambino volesse fare l’astronauta, oltre che diventare regista. È stato sposato dal 1980 al 1993 con Marianna Elizondo, con lei ha avuto un bambino. Dal 2001 al 2008 è stato sposato con Annalisa Bugliani (l’ha conosciuta alla Mostra del cinema di Venezia), da lei ha avuto due figli, anche da lei ha divorziato. Ha girato opere tra loro diseguali sotto ogni profilo, adattamenti letterari  – La piccola principessa, dal romanzo di Frances Hodgson Burnet; Grandi speranze, da Charles Dickens – e poi Y tu mamà también o I figli degli uomini che “affronta con crudezza la tematica dell’immigrazione e la decadenza dei valori della società occidentale”, citazione ripresa da Wikipedia. Insomma il ragazzo – per modo di dire: Cuaron ha 52 anni – sembra essere un creativo dalle idee oscillanti o un eterodiretto dall’industria dell’intrattenimento, oppure è proprio così, senza nessun’altra motivazione, è proprio così, lui stesso, se stesso. Ah, dimenticavo, è stato regista di Harry Potter e il prigioniero di Azkaban.

L’ho presa larga, torniamo a Gravity che provando a indovinare nasce da un frustrato desiderio dell’infante Cuaron. Voleva diventare astronauta. Sempre cercando nelle pieghe dell’esile biografia da me riportata pocanzi, si comprende che il tema del fallimento e della rinascita gli sia molto caro, i due matrimoni, come gli alti e bassi artistici starebbero a dimostrarlo. Sì, perché spesso gli autori ambiziosi (Cuaron lo è?) cercano di utilizzare il genere come un involucro per delle riflessioni altre, in questa occasione esistenziali-psicologiche. L’astronauta Matt Kowalsky, interpretato da George Clooney, ha un palese ruolo di padre-testimone-educatore nei confronti della coetanea dottoressa Ryan Stone (la Bullock) che è bloccata ad un episodio tragico della sua vita. Un irrigidimento che in quelle temibile avventura spaziale in cui si trova coinvolta la spinge facilmente a mollare, a darsi per spacciata, se non fosse per l’intervento di quel generoso uomo che risponde al nome di Clooney, il quale le appare addirittura in sogno per motivarla. Dal buio della morte, alla luce della vita, questo viaggio simbolico ha quale guida Mister Caffè, l’eterno fidanzato che le consiglia di riprendersi in mano la propria esistenza.  La dimensione simbolica è però fin troppo scoperta, se non ci fosse l’apocalisse intorno a distrarti rimarrebbe ben poca cosa, anzi gli effetti speciali lavorano a togliere verosimiglianza al tutto, in particolare al contenuto del film.

La rinascita della dottoressa Ryan si compie dopo aver superato le impossibili prove che le si parano davanti, dal momento in cui un massa di detriti satellitari colpisce lo Shuttle, all’interruzione di ogni comunicazione con la base a terra. Resta sola nello spazio, se vuole salva la vita deve riuscire a pilotare una scialuppa di salvataggio sino a casa, perché esistere significa (così lascia intendere il film) rispondere alla gravità della terra, a quell’energia che proviene da sotto i piedi, altrimenti i fantasmi della nostra mente ci bloccano. Un messaggio piuttosto stiracchiato. Il modello per una possibile rinascita può mai essere una super stressante psico-performance fisica? Questa povera donna della Ryan per crescere deve lavorare tosto, deve agire come una macchina. Forse troppo.

Forse era più credibile se fosse morta lassù, in orbita. Ci avrebbe commosso di più se il destino ultimo di Ryan si fosse giocato dentro la navicella e non in una poco probabile impresa per tornare a terra. Ma non si tratta solo di commozione. Infatti la sorte della cagnolina Laika che nel 1957 i russi inviarono nello spazio senza mai più far ritorno è una storia dal respiro ampio. Il rimanere per sempre in un luogo lontano dalla civiltà, naufraghi nell’universo, ha una potenza ed un fascino che si addice maggiormente al nostro presente, la salvezza ad ogni costo impoverisce il senso dei discorsi e il loro rapporto con la realtà. In Gravity accadono cose difficili da credere in un crescendo tipico di un film d’avventure, più che di fantascienza vera e propria, tanto che quando la protagonista atterra in un ambiente primigenio ti raggiunge il sospetto che improvvisamente possano comparire sullo schermo un gruppo di cannibali pronti a sbranarla.

Tolti i sassolini, mi consento una giravolta di pensiero, con la scusa che i testi possono molto di più di quanto vogliono, in altre parole che un film può darti qualcosa malgrado i suoi difetti (non mi riferisco a passare due ore fuori di casa e nemmeno alla spero piacevole compagnia con cui si è usciti), che il potere delle immagini è molto più forte di quanto l’autore ha cercato di circoscriver con le sue intenzioni. Di conseguenza, posso dire, che ho apprezzato quel disperdere l’orientamento dei miei occhi dentro Gravity, in quel continuo essere dentro e fuori la “cosa” cinema, come anche indossare per alcuni minuti una tuta da astronauta, ricevere contro particelle dell’essere fantasmatico (lo schermo, proprio quello), grazie alla tridimensionalità che sposta cambia ridefinisce verso una bolla altra e mobile la presenza dello spettatore nella sala cinematografica. Che bella esperienza!

Qui ho finito. Mi sa che ho scritto troppo.

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2 commenti su “Gravity di Alfonso Cuaron: dentro e fuori la “cosa” cinema

  1. Mi piacciono molto i riferimenti alla maternità difficile e all’infinito rispetto alla fantascienza. E anche quello relativo all’impatto con lo schermo/oggetto fantasmatico che, se interpreto bene, sarebbe un modo (ancche metacinematografico) di rendere, anche qui, visibile l’invisibile (l’oggetto fantasmatico), che poi a proseguire sarebbe l’oltrepassare lo specchio,
    la possibilità del doppio eccetera&#8230
    Ma quello che mi viene anche da pensare leggendo la tua recensione è che Cuaron avrebbe potuto chiedere a te di scrivere la storia, visto che è molto più interessante di quella che ha imbastito lui nel film! Ripeto che secondo me Cuaron avrebbe dovuto fare una scelta radicale e fare un film muto, sarebbe stato un capovaloro.
    Ultime due cose. La prima è che mi piace la scelta della Bullock, che proprio perchè non più così giovane è essa stessa un segno/spazio del tempo. La seconda è che le scelte registiche che ci portano proprio fisicamente sull’orlo dell’abisso del cosmo/esistenza sono bellissime, la prima mezzora è una specie di horror esistenziale.

  2. E la verosimiglianza della fantascienza? Ne vogliamo parlare? Sembrava terribilmente reale…

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