Non è un’inchiesta. Ho lasciato fuori i nomi dei politici coinvolti, gli attacchi diretti a governo e sindacati, le manifestazioni, per privilegiare la storia collettiva di questi lavoratori precari, volevo fossero loro, con i loro vissuti, a uscir fuori” sono le parole di Ascanio Celestini che presenta Parole sante. Drammaturgo, attore, scrittore, autore televisivo e radiofonico, è ora anche realizzatore di un documentario con protagonisti i precari di Atesia. Con lo stesso stile dello spettacolo teatrale con cui ha girato l’Italia, Appunti per un film sulla lotta di classe, ha avvicinato la vicenda del call center romano (Atesia), il più grande del Paese, l’ottavo al mondo con 300mila telefonate al giorno. All’epoca degli avvenimenti vi erano 4000 impiegati, di cui circa 3500 precari. Nel 2000 i dipendenti si organizzano e iniziano a rivendicare i propri diritti con scioperi, manifestazioni, cercando di coinvolgere la stampa.

Celestini spiega come sia nato il tutto: “Sono stati loro a contattarmi per e-mail, chiedendomi di fare loro uno spettacolo a sottoscrizione. Abbiamo cominciato ad incontrarci e mi hanno raccontato del call center. Ascoltando le loro storie mi sono reso conto che erano drammaticamente simili a quelle degli internati negli ospedali psichiatrici. Entrambe sono istituzioni totalizzanti che  stabiliscono con le persone un rapporto infantilizzante, anche  se in forme diverse. Il lavoratore di call center viene trattato sempre come un bambino, e alla fine quello che guadagna a fine mese, più che uno stipendio è una paghetta”. Sei anni dopo l’inizio della lotta, gli ispettori dell’Ufficio provinciale del lavoro gli danno ragione ed impongono l’assunzione di più di 3000 persone. L’Atesia però ricorre al Tar in appello, bloccando gli effetti dell’ispezione e in seguito firma con i sindacati confederali un accordo per l’assunzione part-time a 550 euro al mese di molti dei suoi lavoratori precari.

Una mezza vittoria, si è trattato di un condono, anzi di un amnistia – osserva Celestini – non tra lo Stato e l’Atesia, ma tra l’Atesia e i lavoratori: firmando la conciliazione, si liberava l’azienda dal rischio di una multa. Non bastasse, sono tuttora  pochissime le aziende che stanno stabilizzando i propri organici, e i call-center hanno ripreso a fare contratti a progetto”. Per Celestini “non si può parlare di cinema e teatro civile, perché non c’è teatro o cinema che non lo sia. Cinema e teatro sono politici perché  vi interviene un discorso pubblico: da qui, la mai presa di responsabilità su un tema fondamentale quale la precarietà, che non è un’entità, ma quello che accade alle persone”. Ma quelli che c’hanno rimesso di più in questa brutta storia sono quelli che hanno protestato in prima linea: vengono licenziati e in qualche caso ricevono anche avvisi di garanzia. In Italia la precarietà l’hanno pagata in modo particolare i giovani. Pagati male, non gli è stato concesso in tal modo di emanciparsi dalla loro famiglia ma anche di progettare una vita. L’autorganizzazione degli impiegati Atesia di Roma-Cinecittà, visto che da quelle parti non passavano né partiti, né sindacati, fa pensare a quanto sia debole la rappresentanza sociale oggi.

Ascanio Celestini non risparmia con la sua critica il sindacato: “L’istituzione sindacale, non i singoli sindacalisti, si muove troppo lentamente rispetto a un mercato del lavoro in repentina evoluzione: se pensano di tutelare i lavoratori con due lire in più in busta paga, prepensionamenti e cassa integrazione, sbagliano di grosso. Mi spaventano di più l’immobilismo e l’impotenza di governo e sindacati che non le leggi Biagi e Treu”. Ovviamente per lui bisogna riformare il mercato del lavoro. E ha anche qualche consiglio da dare: “Serve una nuova coscienza civile e politica, rifiutarsi tutti insieme di sottoscrivere contratti capestro, di accettare 10 euro per una giornata in cantiere, come fanno tanti extra-comunitari, o 8 euro per un articolo, come succede a tanti giornalisti”.

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2 commenti su “Le parole sante di Celestini

  1. Sarà… ma io tutta questa purezza, questo generoso interessamento disinteressato, questo essere pasolinianamente dalla parte dei più deboli, mi comincia a creare qualche problema. Lo so, che tutto il Novecento è venato di questo engagement nel sociale da parte degli scrittori, degli attori, dei registi. Ma avete mai visto uno di questi, che guadagnano dalle disgrazie altrui, devolvere i propri introiti a favore dei loro assistiti? E’ un sistema perverso, quasi allucinate. Uno scrive un’opera sui poveri, spiandoli dal buco della serratura, mostra a tutti la loro piaga putrida, uccidendogli anche quel minimo di amor proprio che gli resta all’interno del proprio mondo, e poi ne ricava anche guadagno economico, perché quasi sicuramente quasi tutti i soggetti interessati andranno a comprare il biglietto per vedersi rappresentati. La maggior parte di questi scrittori non sa nemmeno cosa significhi una giornata di lavoro: svegliarsi alle sei, essere totalmente privo di qualsiasi entusiasmo in quanto ciò che produci non è tuo, il tuo capo che ti fa sentire inutile ed è inutile ribellarsi perché non c‘è nient’altro all’orizzonte. Ritorni a casa e la donna che hai vicino piano piano si allontana, ché non vede nessun futuro insieme a te, prende tempo in attesa di qualcun altro con maggiori risorse, e se invece è innamorata di te ti viene una tristezza infinita perché significa che sta peggio di te. Fai un pò d’amore, non perché ti va, ma per avere la certezza che non ti molli da un momento all’altro e poi dormi. Ma dormi male, perché l’unico pensiero che ti attanaglia è che domattina alle sei dovrai essere stritolato nuovamente dalla macchina. Però domani sera sarà diverso perché andrai allo spettacolo. Arriva sera, sei un sacco vuoto, ti vesti come un povero, la tua donna sembra più povera di te, a vedervi insieme allo specchio ti si stringe il cuore. Lo spettacolo è un incubo, ti mostra quello che sei e te ne vergogni profondamente. Ti vergogni di farti vedere rappresentato così dalla tua donna, che ora ti guarda en passant, fuggendo i tuoi occhi: si vergogna per te, si vergogna di te. Lo spettacolo è finito. Il tuo paladino sorride tra gli applausi, ha una bella compagna vicino a lui e li vedi montare in auto, mentre tu sei in motorino. “E ora?”, continui a ripeterti.
    Non è una critica alla persona di Celestini, per carità, che immagino mosso dai più nobili sentimenti, è una critica al meccanismo della spettacolarizzazione dei disagi. Non se ne può più. Gli immigrati sono sempre disagiati, altrimenti non interessano; le donne sono sempre malmenate e defraudate, altrimenti non interessano; i poveri non si riscattano mai, altrimenti non interessano. Insomma, può finire questo modo di raccontare la vita? Non è che piano piano, si creano modelli dai quali non ci si affranca più? Perché la gente dovrebbe incazzarsi con i politici e non con gli autori impegnati? In fondo gli autori non aspirano al successo, agli allori, o per dirla tutta, ad avere una vita agiata dove la parola lavoro ha un significato ben diverso da quello che intendono i tanti? Non farebbero, gli autori impegnati, più di qualche esecrabile compromesso per un pugno di successo in più? Non chiedono forse la complicità dei politici per avere un art.28?
    Scusate lo sfogo, ma ne ho le tasche piene, non di Celestini ripeto, ché mi sembra sincero, ma di quella macina in cui anche lui è caduto. In questo momento ci saranno più di cento autori a spremersi per scrivere sui morti dell’acciaieria di Torino, tutti col cuore colmo di sdegno e tutti pronti a stringere con le loro mani senza calli altre mani senza calli, quelle dei produttori, che magari hanno in banca qualche azione dell’acciaieria in questione.

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