Il film di Virzì Tutta la vita davanti ha suscitato nella nostra rivista il desiderio di approfondire la realtà del lavoro precario, in particolare nei call center.  Abbiamo perciò deciso di intervistare due ragazze che quel lavoro lo svolgono quotidianamente, sebbene in realtà privilegiate rispetto a quella della protagonista del film di Virzì: si tratta infatti di due lavoratrici di call center che si occupano di “assistenza clienti” per problemi di telefonia mobile (WIND) e di servizi postali (Poste Italiane).

Entrambe, pur accettando di rispondere alle nostre domande, ci hanno chiesto l’anonimato, forse per un sottile timore di ritorsioni sul luogo di lavoro. Per distinguerne le risposte abbiamo abbreviato i loro nomi, rispettivamente in B. per quanto concerne Wind e R. per quanto concerne Poste Italiane. Nonostante la trasparenza e l’intento di non strumentalizzare mai una testimonianza, non possiamo non sottolineare la scelta dell’anonimato come un segno dei tempi o per meglio dire, come una ulteriore prova del clima che si respira attualmente, nel nostro paese. 

In quale call center avete lavorato?

R. – Assistenza clienti Poste Italiane.

B. – Assistenza clienti Wind.

Pensate che Virzì abbia rappresentato bene l’ambiente del call center? 

R. – Sì …anche se effettivamente viene rappresentata un’attività diversa dalla mia, senz’altro l’ordine e l’organizzazione aziendale sono simili. Nei primi corsi che ho fatto nel call center dove lavoro, ad esempio, ti veniva insegnato a sorridere al telefono per trasmettere a chi chiamava sempre una situazione positiva. Erano dei corsi su come non dire alcune parole tipo “problema”, o che ti insegnavano certe formule verbali tese a trasmettere appunto positività … E’ stata anche una fortuna aver fatto un corso simile, perché facilita la comunicazione telefonica. Nel film, infatti, su ogni postazione telefonica c’è uno specchietto, proprio perché le persone si possano guardare e non si scordino sempre di sorridere. Noi non avevamo lo specchietto, per fortuna, ma il senso del sorriso era lo stesso. Altra cosa simile al film che ho vissuto è il controllo delle tempistiche, del numero delle pratiche che fai, delle risposte telefoniche. Sei sempre controllato. Mentre il fatto di incentivare i lavoratori con canzoni, riunioni ripetitive etc… Noi non ce l’avevamo… Questa carica è una cosa un po’ americanizzata. Io non l’ho visto nel call center, ma ho fatto dei colloqui con società americane che vendevano macchine aspirapolvere e lì sì che ti caricano, devi cantare delle canzoni proprio come nella scena del film dove i ragazzi gridano insieme al capo. Quindi il film è uno spaccato abbastanza realistico.

B. – Anche io trovo realistico il film, anche se è diversa l’attività rappresentata da Virzì, rispetto a quella nella quale lavoro: loro fanno un lavoro outbound, cioè chiamano il cliente per vendere, mentre noi riceviamo chiamate da clienti che hanno bisogno di assistenza, quindi è diverso. E’ vero il discorso del “sorriso telefonico”, che è proprio chiamato così, ossia far percepire una situazione di serenità al cliente che quando chiama generalmente non è sereno, perché ha bisogno di qualcosa o ha un problema. Quindi il film rispecchia ma sono realtà diverse… noi non cantiamo, anche se alcune società sono molto vicine al film. Poi anche a noi hanno fatto corsi di comunicazione: per insegnarci a non usare la parola “problema” ma “disservizio” e tutti quei piccoli accorgimenti verbali, che dall’altra parte del telefono, possono dare una percezione più positiva della realtà effettiva. Anche da noi poi, come nel film, ci sono persone che controllano il nostro lavoro, chiamate tutor… ma è normale, non è così esasperato come nel film. So però che in società esterne di outbound è così come raccontato da Virzì… so di persone che non sanno nemmeno se possono andare in bagno…

R. Be’… in un settore del nostro ufficio ci sono le pause controllate: se fai più di 15 minuti ti riprendono… Se devi andare due volte al bagno devi chiedere… Ti riportano all’ordine facilmente… Dipende anche dai responsabili: ci sono quelli più umani…

Vi siete identificate con la protagonista?

B – Per il fatto che studia sì… anche io ho iniziato così il lavoro: studiando e volendo avere un’attività che mi desse l’opportunità di pagarmi le mie cose. Poi ci si rende conto un po’ alla volta del disagio… All’inizio, infatti, la protagonista del film è quasi contenta e lo dice, le sembrava di essere approdata in un’isola felice, una realtà utopica, falsata… Si impegnava, era la più brava… In un certo senso è così perché all’inizio con i corsi che ti vengono fatti, sei incentivato, ti senti parte dell’azienda e vuoi anche te che l’azienda vada bene, sei contento, ti vengono dati premi. Ad esempio da noi per chi raggiungeva buoni risultati, c’erano in regalo dei cellulari, oppure in settori dove l’assistenza è valutata al massimo livello perché si trattano clienti importanti, ci sono stati anche premi in busta paga. Anche io quindi all’inizio mi sentivo in un’isoletta felice, ero contentissima, è vero! Arrivavo tutta felice… Mi trovavo bene, poi man mano ti rendi conto che non è proprio un privilegio, che la realtà quotidiana è diversa… lavori per te… per l’azienda… perché ovviamente hai uno stipendio… però ti rendi anche conto che dietro ci sono altre le dinamiche… è normale…

R. Identificazione in parte c’è nel senso che, come la protagonista, ti senti di essere in un mondo dove ci sono persone strane, che fanno delle cose in cui sembra che credono, mentre fanno solo un lavoro di call center. C’è della gente che è convinta, magari ti schiaccia, diventa prepotente per emergere, nel piccolo… e questo nel film c’è ed io l’ho visto nelle mie colleghe, che magari per farsi notare tirano fuori la cattiveria, ti buttano addosso del negativo per una sorta di gelosia. Identificazione l’ho sentita anche nel fatto che nel momento in cui ti rendi conto di quello che è il tuo lavoro, cerchi di fare altro, come lei che scrive il suo libro, fa la baby-sitter, si impegna in altro… così anche io faccio tante cose, fuori dal lavoro: dog-sitter,  studio per fare altre cose … perch&eacut
e; ti rendi conto che la tua vita non puo essere là… o almeno ci speri. Io, come lei, ci spero e infatti in questo il film mi è piaciuto perché non è solo la storia di persone che lavorano in un call center e ci stanno bene, perché non hanno altre possibilità o perché lo vogliono fare. Virzì ha scelto come protagonista una persona che ha studiato, che ha preso il massimo dei voti in filosofia… è una possibilità che può capitare a tutti, non è che il call center è per persone stupide…

B. Infatti, i call centers sono pieni di persone laureate. E’ una realtà mista…

R. Il film ti fa proprio vedere la difficoltà del paese, che c’è e che costringe ad  adattarsi a qualsiasi cosa.     

L’atmosfera da “villaggio vacanze” volta a creare identificazione fra lavoratore e ambiente è un elemento che avete avvertito come la protagonista? Inizialmente quasi felice di “avere un posto nel mondo” poi stretta in questo ruolo forzato? O Virzì ha solo esagerato? 

B.  All’inizio c’è, soprattutto se i datori di lavoro sono bravi a fare formazione e riescono a farti sentire parte dell’azienda. Io all’inizio ero entusiasta… non che ora mi faccia schifo andare a lavorare ma dopo parecchi anni ti rendi conto che determinate cose che ti vengono dette inizialmente: che tutti devono “crescere”, che i più bravi possono aspirare a posti ambiti, come nel film il ruolo della Ferilli etc… nella realtà non avviene sempre per meritocrazia. Poi ti rendi conto che non è così semplice uscire dalla realtà del Call Center ed entrare in altri reparti dell’azienda… e quindi lì torni ai tuoi interessi, a crescere per conto tuo. Il lavoro lo fai sempre con diligenza, ma rivedi nel frattempo te stesso… io ho ripreso i miei studi… si cercano altre opportunità per crescere, ma dentro di sé.

R. Da me non c’è stata molta spinta da parte loro (l’azienda), iniziale. Io facevo parte di un’altra società ma non promuovevano un senso di “appartenenza”. All’inizio fai parte del gruppo perché ti viene spontaneo, sono le prime esperienze lavorative, come i primi amori, ti ci tuffi completamente, lo fai perché ti identifichi spontaneamente in quello che fai a prescindere, poi ti rendi conto della realtà.

Il lavoro, come suggerisce la protagonista, può essere “il tuo posto nel mondo”? 

R. Sì senz’altro… ti senti che stai facendo una cosa utile… dipende anche dal carattere… ti senti che fai il tuo dovere, ti ci impegni… ti viene spontaneo, e più ti viene spontaneo e più ti viene bene, perciò  è una catena, una cosa naturale. Poi vedi le ingiustizie, vedi che è un lavoro semplice e ridimensioni, ti distacchi un po’… Fin dalla scuola sei abituato a impegnarti…e dopo guardi cosa stai facendo: sei una persona che fa bene, che dà attenzione al proprio lavoro… quindi il limite è molto sottile…

B. E’ naturale che il lavoro nella società in cui viviamo è una fetta importante… sei obbligato a lavorare, quindi è normale che ti identifichi in quello che fai. Poi col tempo rifletti: ma è quello che voglio veramente, è quello che voglio fare da qui alla vecchiaia? Ti chiedi se vuoi migliorare qualcosa e cerchi magari nuovi stimoli, nuovi interessi… fermo restando che ovviamente il lavoro è una priorità che questa società ti crea necessariamente perché se non lavori, non guadagni. Quindi sei costretto a lavorare… l’unica cosa che puoi fare è cercare di migliorare anche nell’ambiente stesso dove stai, cercare di stare in settori dove ti trovi meglio, attività più congeniali… cerchi nel tempo di migliorare queste piccole cosa all’interno del posto di lavoro.

R. E se non ci riesci perché quel posto di lavoro non te lo permette, perché se è  “rotondo” non può diventare “quadrato” come sei te, allora trovi fuori altri stimoli. 

Cosa pensate della scelta stilistica della “commedia all’italiana” di Virzì? L’ironia piuttosto che il documentario o la drammaticità, estranea o avvicina lo spettatore?

R. Secondo me un po’ allontana… il sindacalista, ad esempio, è un uomo che ha la sua famiglia ma mette le corna alla moglie….questa cosa che significa? Lui dovrebbe rappresentare la giustizia nel film, un aggancio positivo, perché deve tradire la moglie prima con la bionda e rovinare il sentimento buono che era nato con la protagonista?Questo abbassamento del livello per me non è stato positivo. Ad esempio mia madre, che è francese, del film ha visto solo questo oltre all’amante e allo squallore della vita del personaggio interpretato da Ghini. Troppo! Il messaggio doveva essere un altro… la scelta non mi è piaciuta perché ha messo un elemento negativo che invece di far ridere è tragico ed è superfluo… le tematiche erano altre. Che c’entrava il tradimento, e tette e sederi?!

B.  Sì è vero, ma per me Virzì voleva sottolineare l’incongruenza di questi personaggi, che davanti sembrano sempre diversi da quello che in realtà sono. Sia nella vita privata sia nel lavoro. Sono tutti, dalla Ferilli al sindacalista a Ghini, apparentemente al di sopra dei centralinisti: nel lavoro sembrano appagati e pare abbiano anche una vita perfetta, che siano soddisfatti in quanto guadagnano più di tutti, hanno ville, mega-appartamenti, la Ferilli ha tremila vestiti nell’armadio, e quelli che mostra nel film, sono solo quelli che non usa più.Quindi ti fa vedere che stanno in un’altra realtà economica rispetto alle persone che hanno al di sotto, sembra vivano in una dimensione dorata che i centralinisti vorrebbero raggiungere, ma nello stesso tempo sono aridi, si fermano soltanto a questa apparenza, a questo sentirsi grandi ma in realtà sono più fragili, più piccoli dei centralinisti. Virzì racconta così che proprio chi sta al di sopra, alla fine è più fragile di chi sta sotto… con ironia tragica e feroce. Con loro ancora di più che con i centralinisti. Quindi questa cosa non allontana lo spettatore che ha lavorato in un call center e sa com’è… forse può allontanare chi non ci ha mai lavorato.

Condividete il feroce attacco di Virzì a questa realtà lavorativa?

B. Be’ sì, anche se le nostre realtà lavorative sono diverse… perché da noi non c’è  terrorismo psicologico… però capita di trovare il responsabile diretto che ha una mentalità più ristretta…

R. Sì io lo condivido….

Però un 15 min di pausa in quattro ore, come avete voi alla Wind, per uno snack non è poco?!….

B. Ma non è una pausa pranzo! Solo una pausa di riposo perché sei un operatore video-terminale… in quattro ore non hai diritto alla pausa pranzo… è normale, per legge, non è previsto nel part-time.

Perché i giovani intelligenti come la protagonista “accettano il ricatto”? Perché non preferire ad esempio un lavoro da barista o una qualunque altra soluzione, visto lo stipendio da fame e la precarietà? E’ un personaggio contraddittorio, secondo voi o coerente, da questo punto di vista?Perchè preferisce continuare con quel lavoro, piuttosto che stare accanto alla madre malata? 

R. Rispetto alla madre, lei le faceva credere che continuava i suoi studi… quindi seguiva un certo discorso… e poi lasciare quel lavoro certo per l’incerto… sai quello che hai e non sai quello che trovi…    

Ma lei è precaria…. 

R. Sì ma se tu vai bene… loro ce l’hanno questa cosa di dirti: “stai andando bene, conto su di te”… tipo Ghini che dice alla protagonista che la osserva, che sta verificando i “suoi numeri”… un po’ questo, un po’ che comunque dopo gli studi, secondo la società sei incanalato: devi prendere il via, iniziare… e lei rispetto a tutti i suoi amici era l’ultima, non aveva nessun lavoro e gli altri erano super-avviati, avevano grandi carriere, perciò comunque devi iniziare, ti devi buttare…

Grandi carriere, che poi nel film sono: fare lo sceneggiatore del “Grande Fratello” o lavorare come ricercatore universitario quasi gratis….il ruolo ha quest’importanza? 

R. Questa è la realtà del resto…non è che ci sono grandi alternative… il fatto che il fidanzato per lavorare, se ne vada all’estero lo dimostra… alcuni lo fanno, ma chi resta… questa è la realtà che trova. Non siamo tutelati, con questi contratti brevi ancor meno, alla flessibilità non corrisponde la solidità… è soltanto un modo per sfruttarti … 

Ma un lavoro creativo, che non vuol dire “artistico” quanto “inventarsi il proprio quotidiano”?… 

R. Io sono d’accordo su questo, e lo faccio in prima persona…il lavoro che sto preparando a lato non è riconosciuto… così come lei che scrive il suo libro, si impegna per fare altro ma lasciare tutto… è impossibile. Si cerca di fare il meglio. Per la madre non ha senso che lei interrompa il corso della sua vita… la vita deve continuare… non è la quantità del tempo che passano insieme ma la qualità. Essere vicini non è stare appiccicati ma è il sentimento che lega. E questo si vede nella scena della morte , nella quale lei balla con la madre che le dice: “Va tutto bene”. Un ultimo abbraccio d’amore per la libertà del futuro… del resto quello che ti dà un genitore, te lo dà quando ti cresce, con i valori che ti lascia.

B. I giovani sottostanno al ricatto perché prima di tutto è difficile trovare un lavoro. Lei è uscita laureata, ha fatto tanti colloqui e nessuno l’ha chiamata, mentre lì l’hanno presa e lei ha sentito che era la prima cosa che le andava bene. Quindi era una sorta di ringraziamento per loro che hanno creduto in lei, per questo all’inizio la protagonista si  impegna veramente, tanto da risultare una delle più brave. Comunque i suoi interessi sono rimasti, ha continuato a coltivarli, anzi ha approfittato di questa situazione per scrivere una cosa che poi le ha dato una svolta alla vita. Ma tanti altri giovani non hanno la forza di trovare qualcos’altro, e rimangono in quella realtà perché non vedono altri sbocchi… e lì invece si sentono incensati…. ti fanno sentire “qualcuno” perché nessun altro ha creduto in te… e loro giocano su questo. Poi in queste società outbound ti danno anche 2 euro a chiamata, quindi stanno veramente in situazioni drammatiche dove il sindacato non entra. Cosa che non c’è nelle grandi società, dove il sindacato c’è e collabora per rendere migliori le condizioni delle persone che lavorano. Quella rappresentata da Virzì è una realtà forte, perché pullulano le società outbound e crescono ogni giorno che passa. Se tu prendi un giornale e cerchi lavoro, sicuramente in un call center outbound entri! E’ matematico!

R. Questo lavoro poi non ti qualifica, quindi se tu entri e ci resti magari 10 anni, riesci con le stesse capacità dell’inizio ad andare avanti nel tempo… quindi non sei spinta a fare di meglio. Anche se poi questa stessa difficoltà e l’appiattimento possono essere lo spunto per riscattarsi. Essere in gabbia ti aiuta a cercare la libertà. Io sto cercando di farlo… è una ricerca, una scoperta, una cosa forte, un viaggio per conoscere se stessi… nel momento in cui ti rendi conto che quel lavoro non è una cosa tua… e te lo fanno capire molto bene! E quando tocchi il fondo, ti rendi conto che non sono loro che possono darti la felicità, è una ricerca di te stesso, di avvicinarti a ciò che c’è in te. Ti innamori di te stesso e da lì, dal momento in cui stabilisci che vuoi fare qualcosa di più, vai verso te stesso… e te stesso sono tante cose. Io amo gli animali e l’educazione cinofila, è quello che cerco di perseguire. Sto facendo tanti percorsi…anche di meditazione… proprio per conoscere me stessa… io passo dieci ore lì dentro… ma ora ho chiesto un part-time. Poi anche quando esco dopo 10 ore (che comunque servono anche ad altro, per conoscere le persone nella loro bellezza e nella loro meschinità, perché ne incontri anche di belle…) ho tanti interessi da coltivare, perché se vuoi crescere ogni cosa ti aiuta….

B. Anche da me ci sono persone che lavorano, ma quando escono la vita inizia…magari nella famiglia a cui s
i dedicano, e che le fa sentire realizzate… altre fanno altri lavori e poi c’è sempre la persona che si lamenta ma non riesce a crearsi altri stimoli, che resta passiva tipo la ragazza del film con la quale vive la protagonista. Lei è consapevole di stare nel meccanismo ma non riesce ad uscirne, non ne ha la forza e allora vivi male sia le ore dentro l’ufficio che quelle fuori, perchè allora sei scontento 24 ore su 24, mentre chi riesce comunque a trovare altri stimoli al di fuori del lavoro, alla fine vive anche le ore di lavoro più sereno e si sente più completo e realizzato, come persona, al di là del lavoro.

Cosa ne pensate della rappresentazione del sindacalista-ghettizzato e deriso? 

R. Secondo me è un po’ esagerato. Dove lavoro io non è così: i sindacalisti sono interni, fanno parte del personale e sono perone come noi. Loro cercano di portare le domande del personale ai sindacati e di far da ponte con la società. Purtroppo non riescono a sapere granché, alcune informazioni è difficile che passino, non c’è trasparenza è vero… però il sindacalista è diverso ed è trattato diversamente, dal personaggio di Virzì.

B. Neanche da me c’è la realtà rappresentata da Virzì, perché il sindacato è dentro l’azienda, sono gli stessi dipendenti i sindacalisti, quindi non è così. Probabilmente sono le realtà outbound a somigliare al film…  

Virzì nella protagonista crea una sorta di “tramite” tra l’umanità schiava del meccanismo e quella che ne avverte ancora il disagio. Lo fa attraverso gli stessi strumenti di quel disagio: la protagonista infatti scrive un lavoro per una rivista di filosofia basato sulla connessione fra Platone, Grande Fratello e lavoratori di Call Center. Secondo voi è un giusto suggerimento del regista oppure la migliore lotta è l’estraneità più completa ad una realtà che seppur solo attraversata, comunque inquina? 

B. Questa è una questione caratteriale, perché ognuno la vive diversamente… io la vedo una scelta positiva perché per la maggior parte delle persone che si identificano in quella realtà il film lascia uno spunto…  un input a reagire…

R. La protagonista per il suo libro guadagna 300 euro… quindi non è proprio un input positivo: uno potrebbe interpretarlo come l’inutilità di provarci, perché alternative non ce ne stanno. Dipende dal carattere anche per me… perché è una cosa che hai dentro, e allora anche un’esperienza negativa la utilizzi per crescere…

Ma a livello di regia è più forte un impatto alla Into the wild per risvegliare le coscienze o alla Virzì  di questo film, per lo spettatore medio? 

R. Forse per lo spettatore medio Into the wild fa più effetto però alla fine finisce male anche quel film… io sono più dal lato di prendere le cose e utilizzarle per te…l’intelligenza della vita è nel collegamento… lo scollegamento di Into the wild non porta sempre a qualcosa di positivo… ti isola…

B. Non ho visto Into the wild

Vi è piaciuto il film? Perché sì, perché no?

B. Sì perché ha portato una realtà poco conosciuta dal al grande pubblico. E’ un argomento molto attuale e sono realtà in cui si trovano tantissimi giovani. Magari esasperato ma finalmente qualcuno ne ha parlato.

R. Sì perché alla fine mi è rimasta la sensibilità di Virzì nella scelta del personaggio femminile e nell’accumulo di esperienza che sfocia nel pianto, nel dolore (anche del collega della protagonista che ha l’incidente) come una sorta di liberazione… è un film “sentito”.

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One thought on “Dal film di Virzì alla vita vera: intervista a due operatrici di call center

  1. “Nel momento in cui ti rendi conto di quello che è il tuo lavoro, cerchi di fare altro (…) perché ti rendi conto che la tua vita non puo essere là… o almeno ci speri.”
    Mi chiedo se integrare la vita con il proprio lavoro oggi è davvero quasi utopico… Inserirsi nel mondo del lavoro certamente non è mai stato facile ma penso che bisogna stare attento: Non dobbiamo abituarci a subire tutto. I call center anche (sottolineo anche) ci sono perchè c‘è gente che ci va. Se uno sente che sa fare di più secondo me dovrebbe andarsene, per il proprio merito ed il merito di tutti che vengono dopo di lui/lei.

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