La 68° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ha puntato sul ritorno dei grandi registi tra i quali spicca una triade d’eccellenza, difficile da riunire altrove. Si tratta di David Cronenberg, Roman Polanski e William Friedkin, i tre maestri del perturbante che attraverso il loro cinema hanno esplorato e smontato la nostra realtà ricomponendola in una visione metafisica e dando un volto a quel buio nascosto dietro l’angolo delle nostre strade, delle nostre case, della nostra mente. Una discesa nell’abisso della psiche da cui riemergono ricordi, dolori, traumi mai affrontati incarnati da una serie di emblematici personaggi. Reinventori di tragedie in chiave moderna si sono confrontati con tutti i generi cinematografici anche se amano visceralmente l’horror/thriller. Rigorosi e visionari nella loro ormai lunga carriera che percorre tutto il 900, il secolo della carneficina, hanno affrontato tutti i peggiori incubi che arrivano dall’uomo e quei pochi che provengono dal sovrannaturale.

Polanski rimane il più mentale, poco incline a membra sanguinolente e a crude manifestazioni fisiche dell’orrore mentre gli altri due spesso e volentieri insistono sulla mattanza; la carne ferita da dove Cronenberg fa sgorgare tutto il suo mondo putrescente e mutageno. Apre nuovi orifizi dove prima non c’erano, come direbbe il Marchese De Sade. Tramite il supplizio del corpo si consuma “l’orrore visibile” come in quello di Regan deformato e martirizzato dalla possessione ne L’esorcista o fatto a pezzi dal serial killer di Crusing e ancora ferito, scarnificato e infine condannato a bruciare dalla follia di Peter Evans in Bug – La paranoia è contagiosa. Ed è sempre il corpo il punto d’incontro tra orrore psicologico e orrore fisico, conduttore di infezioni, mutazioni in Il demone sotto la pelle, di sevizie autoprodotte in Crash, di ossessioni e depravazioni mediche in Inseparabili. Il corpo come ultima, tangibile visione in cui si possono materializzare gli incubi del nostro inconscio, trasformare l’esile e sottomessa Carole Ledoux in feroce killer nel film Repulsion, nascondere nei volti di premurosi vicini degli adepti di Satana in cerca di un utero per far nascere l’anticristo in Rosemary’s Baby, invertire la vittima in carnefice come ne La morte e la fanciulla.

Negato alla macchina da presa e lasciato alla nostra immaginazione è “l’orrore invisibile” quello che non può essere svelato, quello a cui viene respinta ogni immagine rimanendo informe per sempre. Fa molta più paura il male che non si vede? In Polanski manca il primo piano del piccolo anticristo nella culla e le terribili sevizie e gli abusi subiti da Paulina Lorca Escobar ci vengono solo raccontati attraverso l’ intenso monologo della protagonista. Quindi resta molto spesso il dubbio che il vero malessere, la vera persecuzione sia tutta nella nostra mente e, come nell’ Inquilino del terzo piano, fuori non esista nessun complotto. Friedkin ci mostra la bruttura fisica e psichica del male tramite un corpo posseduto, ma non ci farà mai vedere il vero volto del demonio. Come in Bug non vedremo mai nessun primo piano di insetti nè fuori nè sotto la pelle, ma la suggestione è talmente incalzante, congegnata bene dalla regia e dai due attori (Ashley Judd e Michael Shannon) che la paranoia potrebbe contagiare anche gli spettatori e indurre a qualche grattatina o a scorgere minuscole, quasi impercettibili, svolazzanti apparizioni fuori dallo schermo.

Il seme della follia è letale, contagioso e senza limiti creativi: la materia filmica si è molto nutrita di psicosi diventando spazio privilegiato di paure, fantasmi collettivi, traumi irrisolti. Per quanto riguarda Cronenberg, in effetti, è davvero difficile che lasci qualche crudeltà, raccapriccio e mostruosità all’invisibile. Il suo cinema è debordante di idee visive destabilizzanti, oggetti e innesti che sfociano, al di fuori del film, nella pura creazione artistica. Tuttavia negli ultimi anni sembra aver accantonato il “body horror” e il suo sadomasochistico visionarismo per scenari più classici e narrativamente più verosimili di smaliante realismo ma forse ancora, celatamente, più inquietanti perché in A History of Violence e La promessa dell’assassino l’orrore e la violenza trasudano dietro padri di famiglia, normalità quotidiana e piccole faide di mafia urbana dove c’è sempre qualcuno che fugge da se stesso per diventare un altro. Un orrore casalingo travestito e insospettabile molto più vicino a noi rispetto a stravaganti epidemie, esperimenti di teletrasporto o innesti tra uomo e macchina. La ricerca del male porta inevitabilmente ad un’analisi dell’interiorità umana che la maggior parte delle volte, nei film dei tre registi, compare ferita, devastata, moralmente ambigua, irrimediabilmente compromessa, destinata ad amori impossibili e malati come in Inseparabili, Luna di Fiele o Bug.

Anche l’atto sessuale è spesso qualcosa di brutale, oscuro come fosse generatore di morte e non di vita, rito iniziatico verso la caduta. L’oscurità dal corpo dei personaggi si riflette nei luoghi che diventano trappole misteriose e spettrali. Interni claustofobici in Polanski, gelidi ambienti urbani in Friedkin e asettici spazi ospedalieri in Cronenberg. Assolutamenti devoti a Kafka e alle sue parole: “Una vera opera d’arte non è tale quando ci insegna, quando ci fa divertire o rilassare ma quando ci scuote, ci fa precipitare nel buio, ci fa riflettere, ci fa male”. L’altra fonte d’ispirazione artistica e tecnica, punto di riferimento comune da cui trarre lezioni di cinema e varie lucubrazioni da riesaminare è Alfred Hitchcock, nominato spesso in particolar modo da Friedkin. Le sue classiche tematiche vengono riconsiderate: il doppio tanto ricorrente soprattutto in Cronenberg che arriva alla sua massima espressione nei gemelli Elliot e Beverly Mantle di Inseparabili; la figura femminile oscillante tra indole ingenua e indole seduttrice protagonista favorita da Polanski; la suspence trasmessa attraverso il lavoro sull’immagine, gli accorgimenti tecnici, i ritmi del montaggio e la cura del sonoro in Friedkin.

Quest’anno, alla 68° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, saranno in gara gli ultimi film dei tre registi e le aspettative sono molto alte. Cronenberg con A Dangerous Method stupisce ancora realizzando questa volta addirittura un rigoroso film in costume sulle vicende di Freud, Jung e Sabina Spielrein. Non c’è da aspettarsi un film alla James Ivory, sicuramente qualche diabolica perversione cronenberghiana è prevista sotto la pelle del perbenismo borghese dell’epoca. Polanski si confronterà con un genere per lui inconsueto con Carnage, una commedia da camera sulle relazioni umane. Quando le puritane apparenze si dissolvono fino a far esplodere rabbia, misoginia, razzismo e omofobia. Friedkin con Killer Joe persiste sugli atti e sui personaggi ostinatamente fastidiosi, violenti e crudeli dove un poliziotto/sicario sembra addirittura più rassicurante della propria famiglia. Insomma, anche se in contesti diversi, si tratta di una sfilza di ambigui personaggi che in società indossano una maschera, facendo finta di essere molto integri e celando la loro identità depravata. Inutile, il male suscita quell’attrattiva che il bene
proprio non possiede e per l’uomo sembra congenito scovarlo. Quando Barbablù porta a casa l’ultima moglie dicendogli che nel castello può andare dove vuole tranne in quell’unica stanzetta chiusa a chiave, naturalmente quello sarà l’unico posto dove lei farà di tutto per entrare.

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