Un titolo secco, diretto, potente, fisico. Ma, come per tutte le parole che vengono scelte per un titolo, anche l’essenzialità è relazionata sempre ad una storia da raccontare e ad un mondo da evocare e dunque non può essere letta solo nel suo significato letterale, ma interpretata anche in un senso più profondo e simbolico. Basti pensare poi che l ‘omonimo racconto di Pietro Grossi da cui è stato ricavato il film è tratto da una raccolta che si intitola Pugni per comprendere in quale terreno ci stiamo muovendo. I cavalli in questione sono infatti Baio e Sauro, due meravigliosi puledri indomiti, selvaggi  e forti, che vengono affidati dal padre duro e apparentemente arido d’emozioni ai due protagonisti Alessandro e Pietro, fratelli legati da un legame di sangue tanto viscerale quanto divisi da due caratteri contrastanti nelle scelte personali e nella visione della vita.

Entrambi abitano gli incontaminati paesaggi naturali di una vallata sperduta tra i boschi degli Appennini alla fine dell’Ottocento, quando il senso di isolamento e di distacco di questi luoghi dalla Storia e dal Tempo era ancora più forte. Luoghi dove l’allevamento dei cavalli coincideva spesso con una possibilità di sostentamento e quindi di vita, con tutto il margine di imprevedibilità e di pericolo costante, il confronto scontro con un ambiente capace di essere accogliente come un grande utero materno e al tempo stesso aspro e violento, al confine della sopravvivenza.

Così Cavalli diventa anche l’espressione della condizione esistenziale di Alessandro e Pietro, presto orfani della madre concepita, in senso archetipico, come dispensatrice di amore incondizionato, la parte ludica, calda, in ascolto con il centro delle emozioni, che non esclude la possibilità della fragilità e la ricerca della tenerezza. E questo “lutto” prematuro priva i fratelli della loro infanzia e li catapulta nel linguaggio del padre che conosce e può insegnare loro solo il mondo degli adulti, fatto di segni scarni e ridotti all’osso, di poche parole, di un senso di responsabilità nei confronti dei due cavalli e, di riflesso, verso se stessi. I temi contenuti nel racconto di Grossi e filmati dall’esordiente Michele Rho sono intrisi della stessa potenza e valenza metaforica di questo titolo; e la scelta, almeno a livello narrativo, è appunto quella di rimanere nel solco del racconto di formazione in cui Alessandro prova a confrontarsi con la società che si trasforma. Abbandona, infatti, la vallata solitaria per confrontarsi prima con il vicino villaggio, primo segno di “contaminazione” con la civiltà (e qui il luogo di “sverginamento” dalla natura vergine non può essere che il bordello…), e infine prova a varcare la soglia oltre le montagne dove c’è l’ignoto idealizzato. Pietro invece rimane attaccato alla terra generante, diventa allevatore di cavalli che addirittura compra malati per curare e poi far riprodurre in una rappresentazione del ciclo vitale che più diritta e naturale non può essere. Questo doppio snodo, tralasciando l’inconsueta ambientazione ottocentesca e montanara per un film di produzione italiana, risulta piuttosto schematico e didascalico con tanto di sequenza in cui i fratelli si ritrovano, ritrovano il padre, riconoscono la differenza delle loro nature (l’una portata alla ricerca e al cambiamento, l’altra alla stabilità e alla solidità) e si separano con una consapevolezza che segna il passaggio dall’età della giovinezza a quella della maturità, nel tempo e nelle modalità giuste, negate loro dal succedersi degli eventi. Forse esagero a usare termini come didascalico e schematico perché la storia ha in sè un autentico spirito formativo e il tono cerca di non essere troppo enfatico, i passaggi non sono sottolineati con forzature o artificiosità  e c’è un apprezzabile tentativo di interiorizzare, di esprimere il massimo attraverso il minimo, l’assoluto di un mondo interiore con il silenzio dei paesaggi.

Quello che riscatta  e distingue Cavalli si ritrova in un altro elemento anomalo, nel confronto con un cinema nostrano che quando si parla di personaggi e di racconto sembra smarrire una ricerca estetica a vantaggio delle ragioni  della narrazione: Rho ha il merito di non perdere mai di vista l’orrizonte della propria capacità di sentire le immagini e libera i personaggi e le situazioni dalle paludi delle convenzioni narrative attraverso uno sguardo forte e compatto, una tenuta stilistica che rende giustizia tanto ai due resistenti puledri che ai loro padroni, facce, corpi, presenze fisiche nelle performance di Vinicio Marchioni e Michele Alhaique, le cui espressioni (sfacciata, sensuale, latente di rabbia quella del primo, silenziosa, interiore, latente tenerezza quella del secondo) da sole raccontano il mondo che si portano sopra le spalle rispettivamente Alessandro e Pietro. ”L’occhio e il corpo fanno a pugni” diceva Federico Chiacchiari a proposito di EScoriandoli, l’esordio cinematografico di Antonio Rezza per cui trovo perfetti alcuni aggettivi usati all’inizio di questo articolo (potente, fisico)  ma quello che mi interessa è prendere a prestito l’espressione di Chiacchiari per adattarla ad una riflessione su questo film: potremmo dire che in questo caso a fare a cazzotti sono l’occhio e il racconto, le immagini, la loro concretezza e la loro luce, che già dicono tutto e la narrazione che a volte dice troppo. Solo che nel caso di Rezza questo combattimento era il germe della potenza esplosiva e dell’unicità di quel film-limite, nel film di Rho diventa proprio il limite, la distanza che separa il desiderio di Alessandro di oltrepassare le montagne dalla possibilità concreta di farlo.

Perché a volte davvero tutto può essere raccolto in un’immagine o in una parola. Cavalli.Cavalli_h_partb

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