Lo scorso 11 gennaio abbiamo incontrato Gianluca Arcopinto, produttore indipendente, affrontando molte delle questioni che, adesso, con il movimento dei Cento autori e la lettera al presidente Napolitano sono di stretta attualità: la situazione difficilissima in cui versa  il cinema italiano, la marginalizzazione della cultura in generale, la necessità di non rassegnarsi a questo. Nel ’98 Arcopinto ha fondato la distribuzione “Pablo” portando avanti un sistema di distribuzione alternativo fatto di accordi diretti con le sale e con i cineclub. Tra i film prodotti Portami via e Un amore di Tavarelli, Nella mischia di Zanasi, Il caricatore di Cappuccio Gaudioso Nunziata, Ospiti di Garrone. Recentemente ha prodotto il secondo film di Salvatore Mereu. Circa un anno fa la “Pablo” ha chiuso i battenti ma non è detta l’ultima parola…

Parliamo un po’ dei tuoi inizi: cosa ti ha portato a fondare la “Pablo”?

Nel  ‘98 avevo quasi 40 anni e cominciavo anche a pormi la questione del perché esistevo… avevo sempre prodotto film molto particolari e tutti i distributori mi dicevano che non c’era più spazio per questi film. Allora mi sono detto: prima di ammettere di aver sbagliato tutto e di cambiare lavoro, voglio verificare… mi sono inventato la “Pablo” cercando da subito di essere una distribuzione alternativa alle altre. Infatti non abbiamo mai fatto riferimento ai tradizionali agenti regionali. L’idea è sempre stata quella di avere contatti diretti con le sale (anche i cineclub e le piccole sale che aprono una volta a settimana) e di vedere se c’era un pubblico che poteva accettare questo tipo di film. Nei primi anni è riuscita abbastanza bene, anche perché era un momento diverso da oggi per quanto riguarda la fruizione dei film in sala. Abbiamo avuto anche la fortuna di fare Un amore alla fine del ‘99 (prodotto e distribuito da noi) che è stato anche un piccolo successo commerciale. Le cose sono peggiorate quando abbiamo cominciato a scimmiottare i “veri” distributori, non avendo la potenzialità economica, le strutture, e forse neanche la vera forma mentis, per essere distributori a tutto tondo. Ancora oggi, se devo dire cosa sono, dico che fondamentalmente sono un produttore, non un distributore.

Hai detto che il pubblico è cambiato dal tempo in cui hai cominciato a distribuire (ovvero dieci anni fa): in che senso?

C’è stata una cosa che ha cambiato molto la fruizione del cinema in sala: l’avvento delle multisale. Il paradosso è che la multisala ha ridotto gli spazi, non li ha moltiplicati. Ha creato uno sconquasso, una disaffezione da parte di un certo tipo di pubblico: quando vivi in una città dove si proiettano solo blockbuster o film commerciali, lo spettatore più esigente crede che al cinema non ci deve andare più perché non ci trova il prodotto che lo interessa, e a volte è proprio così. È stato provato in tutti i modi: nelle multisale un certo tipo di film (indipendenti, d’autore) non entra, e quando raramente entra, non funziona. Il pubblico che cerca la qualità, purtroppo, l’abbiamo perso perché non ha più un luogo dove andare. Non è un caso, infatti, che parallelamente è esploso l’homevideo. Quel pubblico di cui parlavo quindi, probabilmente noleggia il film e se lo vede a casa.

Come fa questo tipo di spettatore , però, a sapere che questi film esistono se non hanno avuto una distribuzione e quindi una promozione?

Attenzione: io sto parlando dei maniaci, non sto parlando di un pubblico normale ma di quelle persone, che ci sono in Italia, che sanno tutto e vedono tutto. Invece il pubblico medio, che andrebbe a vedere questo tipo di film in sala, se escono direttamente in homevideo non li vedrà mai, perché non sa che esistono.

C’è poi il fenomeno dei film italiani che escono tre giorni  e poi vengono smontati senza dar loro di fatto nessuna chance di conquistarsi un pubblico. Ad esempio in gennaio scorso è uscito Fratelli di sangue di David Sordella con Barbara Bobulova e Fabrizio Gifuni (distribuito dalla 011films): spesso si tratta di film finanziati dal Ministero. E’ possibile che siano gli stessi produttori a disinteressarsi a volte della circolazione dei film?

Be’ questo è un discorso su cui io starei molto attento, perché c’è il rischio di fare di tutta l’erba un fascio e di rendere colpevoli anche quelli che tentano di fare delle cose buone, e poi non riescono semplicemente perché lo stato delle cose glielo impedisce. Tu hai fatto l’esempio di un film (Fratelli di sangue) che non è stato finanziato dal Ministero: in realtà i produttori di quel film, che è assolutamente dignitoso, si sono sbattuti due anni per trovare una distribuzione. Poi, certo, trovandosi di fronte alla scelta se uscire così o niente, hanno preferito farlo uscire. Però io non mi sento di condannarli. A parte questo caso, comunque, ce ne sono altri in cui il produttore si disinteressa del film perché ha già fatto quadrare i conti, anche se secondo me sono sempre meno perché sono sempre meno i film che si fanno con i soldi dello Stato.

Qual è il problema della distribuzione in Italia?

Adesso siamo alla disperazione. Noi viviamo in un paese disperato in un momento disperato ma c’è voglia di raccontare, a volte quasi inspiegabilmente. In questa situazione disperata sono sempre di più i film che vengono fatti a prescindere da tutto, senza finanziamenti statali, con la convinzione che poi, una volta fatto il film, succederà qualcosa: cosa che, puntualmente, non accade perché purtroppo è la distribuzione il punto in cui il sistema non funziona, ed è in questo punto che vanno cercate le colpe. Ormai è abbastanza chiaro che nel panorama distributivo del cinema italiano esistono tre realtà, o meglio quattro: le major americane, che hanno radici un po’ ovunque, i due poli televisivi, con le rispettive case di distribuzione (01 e Medusa) e la Filmauro di De Laurentiis, che però è un caso particolare perché produce pochi film all’anno. Tutti questi occupano di fatto il 95% delle sale italiane. Poi ci sono, per fortuna, due o tre distributori indipendenti che sono forti per tradizione (Lucky Red, Bim e Mikado) che occupano un altro 4%: per tutti gli altri solo briciole. In questo sistema, pensare di fare un film, anche bello, e poi trovare il modo di distribuirlo, è quantomeno ingenuo.

Io ho l’impressione che
la situazione sia diventata così grave, così chiusa per gli indipendenti, solamente negli ultimi anni. Qual è stato il colpo di grazia?

La cosa è diventata così grave da quando i finanziamenti statali si sono fermati per circa un anno e mezzo, e cioè dal 2004: c’è stato un momento di trapasso, un cambiamento di legge (l’introduzione della legge Urbani ndr) e prima di ripartire è passato un anno e mezzo. In quell’anno e mezzo siamo stati tutti fermi. Questo ha fatto sì che si facessero molti meno film, che ci fosse molto meno denaro circolante anche fra i distributori, e quindi meno possibilità di investire nel cinema italiano. Infatti oggi si fanno i film che nascono già con la vendita Rai o Mediaset, ovvero quasi sempre sempre i film 01 o Medusa. C’è un caso abbastanza eclatante: quello del film La rieducazione presentato alla settimana della critica di Venezia 2006. Quello è un film – vero o falso che sia – costato 500 euro che ha avuto la fortuna di uscire dall’anonimato perché è finito sulle prime pagine di “Repubblica”: è un film che può piacere o meno ma che comunque ha una sua logica. Ebbene, quel film non ha trovato distribuzione. Se non trova distribuzione quel film, come può trovarla un film che non ha avuto neanche la vetrina di un festival?

La cosa più triste è che questo avvenga a prescindere dal valore del film… 

Io posso farvi gli esempi di almeno due o tre titoli di film veramente importanti, veramente belli, che sono stati prodotti in questo modo ma che secondo me non hanno nessuna possibilità di essere distribuiti se non come è stato distribuito Fratelli di sangue, cioè di uscire in due o tre sale “per amicizia”.  Poi, naturalmente, a vederlo non ci va nessuno perché non ci sono i soldi per far sapere che il film è uscito, e così il film nasce morto… e questo costituisce un argomento per coloro che non vogliono più che questi film esistano, i quali possono tranquillamente sostenere “vedete? Questi film non li vuole vedere nessuno…” È un circolo vizioso, non è una volontà politica ma economica: secondo loro i film che non fanno profitto non hanno motivo di esistere.

Un’altra domanda sulla distribuzione, soprattutto romana: che ne è stato del Circuito Cinema? Da quando non ci sono più i Cinema 5, o meglio da quando la Medusa ne ha affidato la gestione al Circuito cinema (a Roma Giulio Cesare, Metropolitan, etc.) mi sembra che sia sparita  la distribuzione di quei pochissimi film francesi, danesi, oltre che italiani, un po’ indipendenti che c’erano. L’impoverimento dell’offerta mi sembra che abbia coinciso con questo passaggio. Che ne pensi? 

Assolutamente sì. È successa una cosa molto importante. Prima il Circuito Cinema era una società di 4 distributori indipendenti italiani (Istituto Luce, Mikado, Bim e Lucky Red con una piccola percentuale di privati “illuminati”): quando si è ventilata l’ipotesi che i Cinema 5 potessero chiudere, si è arrivati all’accordo che quelle sale diventassero di Circuito Cinema e che Medusa diventasse uno dei soci di Circuito Cinema. Tutto questo praticamente, ha comportato la fine di Circuito Cinema. È diventato una grandissima multisala dove, però, oltre ai film commerciali entrano anche film di qualità limitatamente a Mikado, Bim, Lucky red e ogni tanto Fandango – perché Fandango tra tutti è quello che riesce ad avere un po’ più di presenza a livello di pubblicità e quindi è un affiliato anche se non ufficiale e non garantito. Mentre tutti gli altri sono garantiti, tant’è vero che adesso un film Bim esce in 8 copie perché ha più sale a disposizione. Ma questo moltiplicarsi delle sale di qualità del Circuito Cinema ha accentuato l’effetto dell’avvento delle multisale: sono aumentate il numero di copie dei film di quei distributori ma non entra più neanche a pagare un film che non sia nei listini di quelle distribuzioni.

Mi viene in mente l’esperienza di altri paesi, europei e non: nello stesso periodo in cui tu hai detto che c’è stata questa decadenza del cinema italiano, più o meno nel 2000, in Spagna e in Corea del Sud sono state fatte alcune leggi a tutela del cinema nazionale, leggi in qualche modo punitive nei confronti delle major americane che di fatto sbaragliavano ogni concorrenza. Mi sembra curioso che in Italia non sia avvenuta un’operazione di questo tipo. Che cosa ne pensi? Cosa si potrebbe fare in Italia?

Io credo che non ci sia la volontà politica di fare questo. Noi viviamo in un paese in cui il più illuminato dei nostri politici, e cioè Veltroni, è quello che ha contribuito in maniera massiccia a creare questo disastro: quando lui era ministro dei Beni Culturali, è stato dato il via libera alle multinazionali europee e americane per aprire le multisale. Questo non va dimenticato: noi ora tendiamo a dare la colpa sempre al governo di centrodestra, ma dal punto di vista cinematografico il paese sta in ginocchio da decenni… anche quando ha governato il centrosinistra. Non c’è mai stata la volontà politica di far sì che il cinema italiano raggiungesse i numeri del cinema americano. In un trattato del dopoguerra credo che sia sancita per legge l’impossibilità di opporsi all’invasione dei film americani e credo che quel trattato sia ancora valido. Probabilmente nessuno vi fa riferimento diretto ma è ben presente perché io non ho mai sentito parlare nessuno di una politica protezionista nei confronti del nostro cinema.

Saresti d’accordo con una eventuale legge protezionista?

Sì ma con le molle, ovviamente, perché io ci tengo a vivere in un paese libero dove il pubblico può scegliere se vedere un film italiano o non italiano.

Andando ai festival ci si accorge che la voglia di raccontare, come dicevi tu, non manca: sono pieni di opere prime, di documentari… Questa produzione non arriva sul mercato. Perché, secondo te, non esiste un canale di Sky che distribuisce documentari? Perché si pensa che in Italia non ci sia almeno un 20-30 % di persone interessate al cinema anche come fatto culturale?

Noi purtroppo siamo in una situazione in cui non sappiamo se esiste o no questo 20-30% perché se non diamo a queste persone la possibilità di esprimersi, ovvero un luogo di fruizione adatto, non avremo nessun riscontro. Fino a qualche anno fa tu potevi organizzare una proiezione in una città come Brescia, dove credo che oggi non ci sia più neanche una sala in centro, ed avere la certezza che almeno 60 persone sarebbero comunque venute a vedere quel film. Oggi che questo non lo puoi più fare, non sai più neanche se esistono queste 60 per
sone… magari ne esistono 120 ma tu non lo sai… io credo che tutto questo sia responsabilità un po’ di tutti perché quello che accade in un paese non è frutto del caso… io credo che ci siano molte colpe anche da parte di chi è apparentemente contro questo sistema.

Perché siamo arrivati a questa sorta di deserto culturale? 

Perché la tendenza prevalente, in questo paese, è la sopravvivenza… credo che ci siano state delle occasioni mancate di cui ora tutti paghiamo le conseguenze… Il mondo del cinema, secondo me, ha perso la sua battaglia con il governo di centrodestra nel momento in cui c’è stata la querelle sulla successione di Barbera alla direzione del festival di Venezia. Il governo aveva deciso di mandarlo via, si è organizzata una petizione dei produttori illuminati italiani per sostenere Barbera: si poteva firmare telefonando alla Cattleya, alla Fandango o a Tilde CorsiDopo due giorni questa petizione è sparita, non se n’è più saputo niente; io ho provato a chiamare la Cattleya ma mi hanno risposto che non ne sapevamo nulla… dopo un mese Tilde Corsi è diventata la selezionatrice del festival di Venezia di centrodestra e la Fandango e la Cattleya hanno avuto tranquillamente un film per uno in concorso. A questo punto non ci possiamo lamentare che il centrodestra ha ucciso il cinema italiano. Secondo me la risposta doveva essere diversa: il governo si comporta in questo modo? Ebbene il cinema italiano non va a Venezia. Voglio vedere che succede… Questo nel nostro paese succede in tutti i settori: noi tendiamo a sopravvivere. Se tu riesci a trovare la tua forma di sopravvivenza te ne fotti se dopo il paese va a rotoli…

Veltroni quando era ministro aveva obbligato la 01 (cioè la Rai) a utilizzare una parte del canone per finanziare i film italiani… 

Questo è vero, ma l’Italia è il paese dove fatta la legge trovato l’inganno: infatti è stato trovato il sistema per mettere dentro anche la fiction, così al cinema italiano di quei finanziamenti resta ben poco… Non c’è nessuna volontà neanche da parte dei privati: perché i produttori che ora godono di un certo potere contrattuale non fanno niente, visto che non lo fa lo Stato, per costruire un futuro? Fino a poco tempo fa si producevano un po’ più di film, e in linea di massima un regista esordiente che faceva un buon film indipendente veniva reclutato da una produzione più importante per il secondo film… in questo modo si assicurava un ricambio generazionale fra i registi… Adesso non succede più neanche questo… Io mi chiedo: com’è pensabile, in un sistema come quello attuale, che possa esordire un nuovo Marra, ma anche un nuovo Muccino… Muccino è il frutto del lavoro di un produttore (Procacci) che per anni ha fatto un certo tipo di politica (e adesso non la fa più). Muccino non nasce per caso ma in un contesto ben preciso, come tanti altri. Adesso questo non esiste più. E l’attenzione da parte dei produttori importanti rispetto alle novità non ci sta, anche perché i produttori non vedono i film, questo è il problema vero.

Tu dipingi una situazione con un pessimismo che probabilmente viene da un’amarezza che hai vissuto personalmente: a questo punto che tipo di soluzione immagini per risolvere un’impasse di questo tipo? 

Guarda io francamente non mi definirei un pessimista, sono uno che cerca di analizzare il momento e di averlo chiaro per poi o combatterlo, o adeguarcisi, o allontanarsi. La mia visione è realista. Io non vedo il nero davanti, però riconosco questa situazione e ogni giorno che passa studio per tentare di aggirarla per continuare a fare quello in cui credo e che secondo me è importante che venga fatto. Certo, se poi mi si chiede una soluzione, io non ce l’ho e secondo me a stretto giro non c’è una soluzione, non credo che in un futuro immediato cambieranno le logiche del mercato cinematografico e quindi neanche quelle del prodotto cinematografico… perché ormai è chiaro che si sta arrivando a un certo tipo di prodotto

Paratelevisivo, diciamo…

Sì, paratelevisivo anche se non va inteso sempre in senso negativo. Però io penso che sempre più sarà difficile fare dei film che non siano una commedia o un film di intrattenimento, questo sembra che voglia il mercato – o si è deciso che debba volere il mercato.  Io di questo soffro ma non mi preoccupo perché francamente sono molto più preoccupato dal fatto che viviamo in un paese in cui dai 40 anni in giù, chi è fortunato ha come unica prospettiva quella di essere un precario a vita, senza tra l’altro averne i vantaggi. Ecco, questa è una cosa che mi angoscia.

Però non penso che le cose non siano collegate. Perché la cultura è inutile per mangiare però forma le menti, le opinioni, orienta le scelte anche economiche…

Certo è tutto collegato, però se io oggi avessi una bacchetta magica che potesse risolvere il problema del lavoro a costo di non fare più film per dieci anni, io non avrei dubbi… Aldilà dei discorsi da bar, per quanto riguarda il cinema io non vedo soluzioni a breve ma penso che non bisogna mollare. Io per esempio ho mollato con la distribuzione ma è da quando ho mollato che sto pensando di ricominciare perché mi sento anche un po’ un traditore:  piantare tutto, a volte, è solo la soluzione più facile.  Io, personalmente, da cittadino di questa comunità che è l’Italia mi sento in dovere di riprovarci. Credo che solo la volontà di chi forma la comunità può cambiare le cose, troppo facile dire la colpa è del governo perché alla fine il governo lo scegliamo noi. Allora perché il mondo del cinema non ha mai pensato di creare “un uomo di Parlamento”? Perché un politico del cinema non è mai stato un serio candidato alle elezioni? Io penso che se tra 800 persone che siedono in Parlamento ce ne fosse una che rappresenta la comunità, sia pure piccola, di chi fa cinema, sarebbe una cosa utile, almeno farebbe le cose con cognizione di causa piuttosto che il sentito dire di chi c’è adesso. È anche una questione di età, di mancato ricambio generazionale anche qui: basti pensare che il maggior politico di cinema che abbiamo è Citto Maselli… è una persona piacevole e onesta ma ha 70 anni. La nostra generazione che cosa ha prodotto? Chiacchiere, sopravvivenza, ma poi, quando ci dobbiamo schierare, non lo fa nessuno. A cominciare da me naturalmente.

Quindi bisogna tornare a far politica direttamente…

Io credo di sì, bisogna affrontare politicamente il problema, anche se quel che ci troviamo di fronte sono le macerie di un rapporto che non ha funzionato, per decenni, tra la cultura in genere e la politica. Il problema infatti è di tutta la cultura, non solo del cinema.

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3 commenti su “Arcopinto: “Un paese disperato con la voglia di raccontarsi”

  1. Chissà se Gianluca si ricorda quando eravamo a scuola Enrico Mestica. Mi diceva che somigliavo a Nicola Di Bari. Tornavamo a casa con Bruno Colio, Bevilacqua e il napoletano Di Giuseppe. Ciao Gianluca. Ti ricordo sempre con tanta simpatia e sempre FORZA ROMAAAA!

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